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L’integrazione in Germania: stereotipi e altre storie

Quando ti trasferisci in un paese con l’intento di realizzarti almeno professionalmente, gli ostacoli da superare non son pochi. Dall’assicurazione sanitaria all’ufficio per l’impiego sino all’ufficio tasse è tutto un chiedere, cercare di capire, persino prendere appunti sugli scontrini del supermercato. O sul retro di un sacchetto del pane con il resto del pranzo.

Spesso mi è stato chiesto cosa mi ha spinto a trasferirmi in Turingia, come ho trovato il lavoro che ho trovato, cosa occorre fare per intraprendere un percorso come dottoranda e via discorrendo.

Lungi da me volervi tediare con una guida alla ricerca del lavoro perfetto (il mio non lo è, capiamoci. Mi regala delle soddisfazioni ma non è il lavoro perfetto..) o un manuale per la conquista dell’esistenza perfetta (vedi sopra), mi piacerebbe regalarvi una serie di post volta a analizzare i diversi aspetti di questo paese che tanto amo e che – paradossalmente – mi viene difficile descrivere con un solo aggettivo.

In questo primo articolo mi piacerebbe parlare di integrazione e dell’immagine che hanno i tedeschi di noi expat, raccontandovi magari anche qualche aneddoto…

Una delle prime cose che mi ha stupito di Jena è stato il fatto che, pur essendo una città molto piccola, è decisamente multiculturale. Non solo grazie agli studenti (non necessariamente Erasmus, tra l’altro) ma anche grazie a coppie miste o ad altri expat come noi. Alcuni miei studenti hanno amici inglesi, giapponesi, italiani, francesi e via discorrendo; alcuni miei conoscenti hanno nomi e cognomi esotici ma sono nati qui; io stessa ho amici e conoscenti di varie nazionalità…

Un mio studente fa ad esempio lezioni di guida a un’amica giapponese (che ha preso la patente anni fa in Italia…aiuto), una mia allieva ha una figlia ormai trapiantata a Napoli, un altro mio conoscente ha uno squadrone di amici filippini.. come potete notare, la varietà di backgrounds non manca proprio. Quando ti si pone davanti un ambiente così misto, insomma, la strada verso l’accettazione e l’integrazione dovrebbe essere spianata. Esatto? No. Sbagliato.

Non ho ricevuto porte sbattute in faccia – quello no! – ma spesso mi sono trovata a dovermi giustificare quando di base non avevo fatto proprio nulla. Il mio giustificarmi, infatti, nasceva dall’esigenza di sdoganare un paio di stereotipi e mostrarmi per quella che sono: una persona con una certa nazionalità che però è anche tanto – ma proprio tanto – altro.

Da Berlusconi (ora Renzi… e non so cosa sia peggio), alla Mafia, alle mamme un po’ ingombranti, sino all’essere chiassosi è tutto un dover ricordare al prossimo ma anche a noi stessi che l’individualità del singolo è un qualcosa di totalmente diverso rispetto dall’immagine filtrata di un Paese.

Intendiamoci, la nostra (intendendo con “noi” gli europei non di colore) è in ogni caso una posizione privilegiata, e non poco. Nessuno ci chiederà mai se scappiamo da una guerra, se a casa nostra c’era l’acqua corrente oppure se i nostri genitori sono arrivati nascondendosi nel vagone merci di un treno. Nessuno si permetterà di indicarci per strada o urlare “tornatevene a casa vostra…non vi vogliamo”… molti, però, ci chiederanno “Ma cosa ci fai qui?”.

La mia risposta di norma spazia dal “faccio ricerca per un dottorato” a “ho intrapreso un viaggio alla ricerca di me stessa” sino a “ma gli affaracci tuoi, no?”. Il tutto, nemmeno a dirlo, in base a chi ho di fronte e a di che umore sono. Confesso che a volte mi viene l’irresistibile tentazione di inventarmi una turpe vicenda a base di contrabbando di organi e amanti segreti dai nomi esotici. Una storia d’amore contrastato, un po’ di dramma, una bella shakerata et voilà: la storia è servita!

Scherzi a parte, quello che mi piacerebbe sottolineare è che anche l’ambiente più tollerante ha i suoi limiti, che anche le persone più aperte possono avere delle riserve e che il nostro compito non è nulla di diverso da quello che dovremmo fare a prescindere ogni giorno: regalare a noi stessi e agli altri la migliore versione di noi stessi, un sorriso, una tazza di caffè e magari una bella chiacchierata. Tutto il resto – le battute a sfondo politico, gli stereotipi, le imitazioni, gli accenti e quanto altro – è fuffa.

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5 commenti
  1. Batdog
    Batdog dice:

    Che articolo inutile e soprattutto inconcludente. Ma che volevi dire?? Non per forza si devono fare blog, se si ha da raccontare il nulla.

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    • Samanta - Jena DE
      Samanta - Jena DE dice:

      Cosa volevo dire mi pare onestamente chiaro, ma se il messaggio non é arrivato mi spiace.
      Sono certa che all´interno del sito troverai sicuramente articoli in grado di soddisfare le tue curiosità a tema expat.
      Buona domenica!

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  2. Simona Cumbria UK
    Simona Cumbria UK dice:

    Complimenti, bell’articolo!!
    “molti, però, ci chiederanno “Ma cosa ci fai qui?”.” Moltissimiiii.. la mia risposta è sempre la stessa “I’m at home” e poi si zittiscono 😛
    “è tutto un dover ricordare al prossimo ma anche a noi stessi che l’individualità del singolo è un qualcosa di totalmente diverso rispetto dall’immagine filtrata di un Paese” Grandissima verità!! 🙂

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  3. Marta
    Marta dice:

    Io, quelli che dicono: “Ma te sei pazza, hai lasciato l’Italia per venire in Scozia” li prenderei a schiaffi, giuro. Chi non ha il desiderio di volersi confrontare con altre culture non potra’ mai capire.
    Non ne posso piu’ di quelli che mi chiedono da quanto/perche’ sono qui. Stavo pensando di farne un riassunto e distribuirlo tipo biglietti da visita 🙂

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