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Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Testimonianza inviataci da Valentina, Londra

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“Tutto può cambiare, ma non il linguaggio che ci portiamo dentro, come un mondo tutto esclusivo e alla fine paragonabile all’utero della propria madre”, Italo Calvino

Quanti anni occorrono per arrivare al livello di un native speaker?

Qualcuno mi ha detto che servono almeno cinque anni di costante esposizione alla lingua – sono in Inghilterra da meno di un anno, ma da due anni convivo con il mio fidanzato canadese.

Ma si riesce mai davvero a raggiungere il livello di un native, essendo nati in un altro paese?

Un linguaggio nativo non è solo fluente, ma comprende tutta quella serie di colloquialismi, espressioni idiomatiche e slang che si apprendono passo dopo passo sin dall’infanzia.

Forse una delle sfide più difficili a cui ci sottoponiamo quando ci trasferiamo all’estero è proprio quella di rinunciare alla nostra lingua madre, con tutte le sue sfumature e le connotazioni emotive.

Piccoli dettagli come l’uso di una parola piuttosto che un’altra possono fare la differenza nel discorso, possono trasmettere un’emozione e un’immagine diverse.

Del resto impieghiamo una vita intera ad imparare a parlare come parliamo, arricchendoci costantemente di nuovi termini sin dal giorno in cui abbiamo detto la prima parola, con tutto il loro contorno culturale ed emotivo.

Quando parlo in italiano se voglio esprimere un concetto, ma voglio dargli un certo tono, magari a volte una certa solennità, posso fare uso di diversi sinonimi.

In inglese invece, la lingua che adesso uso nel mio lavoro e nella mia vita quotidiana, il mio vocabolario non è altrettanto ampio e non posso scegliere tra la stessa varietà di parole.

L’inglese è la lingua che studiamo sin da quando siamo piccoli. Eppure quando ti trasferisci all’estero scopri che quell’inglese studiato a scuola e persino all’università non è mai veramente abbastanza. Senti la necessità di imparare parole che riguardano la quotidianità, “banali”, a cui nei libri nessuno fa caso e che invece adesso risultano essenziali.

Mi ritengo abbastanza fluente, ma a volte mi rattristo constatando di non poter esprimere al 100% ciò che vorrei dire come lo vorrei dire. A volte semplicemente le parole non mi convincono abbastanza.

Lavoro in Terapia Intensiva, un luogo dove devi capire tutto e devi capire in fretta, e in generale non ho problemi.

Ma quello che trovo più difficile è il fatto di dover comunicare le cattive notizie ai parenti dei pazienti in una lingua non mia.

Specialmente in questo periodo di pandemia, in cui tutte le comunicazioni sono ridotte a un contatto telefonico e viene meno gran parte della comunicazione non verbale.

È il fatto di non poter trasmettere attraverso le parole l’empatia e la vicinanza che vorrei trasmettere. O forse anche perchè, in inglese, per lo meno secondo me, le mie parole non suonano altrettanto sincere.

Mi sento come se la mia parte emotiva fosse connessa alla mia lingua madre e non parlandola una parte della mia personalità venisse meno. Una sorta di alessitimia, di analfabetismo emotivo dovuto alla barriera linguistica.

Mi chiedo quindi: rinunciamo a una parte di noi quando rinunciamo alla nostra lingua madre? È uno di quei sacrifici a cui ci sottoponiamo nella ricerca di una vita migliore lontano dalle nostre origini?

Avevo letto uno studio tempo fa che mostrava come chi è immerso in due culture diverse sviluppi personalità diverse quando passa da una lingua all’altra. Cambia la sua percezione di sé e persino il suo modo di porsi nei confronti degli altri.

Forse, quindi, siamo veramente delle persone diverse e ci “ritroviamo” solo quando possiamo parlare la nostra lingua madre.

O forse non rinunciamo a una parte di noi, ma ne creiamo una nuova, sviluppando una personalità parallela, quella legata al lavoro e alle nuove influenze culturali e affettive, mentre il nostro vocabolario si arricchisce e acquista colore.

Mi piace pensare sia la seconda ipotesi. Lo scoprirò, forse, andando avanti in questa avventura.

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5 commenti
  1. Cristina
    Cristina dice:

    Bellissimo articolo, esprime molto bene l’importanza che non basta conoscere una lingua per integrarsi nell’ambiente dove vivi ma ci vuole cuore ed empatia. Sono tanti anni che mi sono trasferita in Scozia e posso dirti cara Valentina che il processo che descrivi molto bene con le tue parole l’ho vissuto e lo vivo. E ne sono felice!

    Rispondi
  2. Stefano
    Stefano dice:

    Questo e’ un argomento che mi affascina da molti anni. Io faccio lo psichiatra in Inghilterra da quasi 15 anni e il mio lavoro e’ fondamentalmente una questione di linguaggio. Sono arrivato alla conclusione che la barriera della “seconda lingua” sia insormontabile per quanto bene la si conosca. Non conosco lo studio sulle diverse personalita’ in lingue diverse (me lo indicheresti?) ma sono giunto da tempo alla stessa conclusione. Ho molto spesso l’impressione che un inglese (o in generale un “non-italiano”) non possa arrivare a conoscerti veramente perche’ e’ inevitabile che le piu’ sottili sfumature non passino all’altro. Questo non e’ per la mancata conoscenza di vocaboli ma per il fatto che nessuna lingua e’ perfettamente traducibile (anche secondo il vecchio adagio “Traduttore, traditore”). Il livello che per me non passa mai del tutto e’ l’ironia, lo scherzo, la risata perche’ questi si basano spesso su doppi (o plurimi) sensi. Nonostante tutto, mi sentirei di rassicurarti. Nella mia esperienza professionale ho avuto prova che le persone colgono molto bene la tua presenza emotiva anche se le parole a volte sono strumenti spuntati.

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  3. Ylenia
    Ylenia dice:

    Ciao Valentina, grazie per aver condiviso la tua esperienza che, più o meno, credo sia quella di tutte noi Expat. Proprio per questo mi rivedo nel tuo testo.
    Germania, Inghilterra, Spagna, Francia, e adesso Portogallo. Condivido con la seconda: non ho mai rinunciato a me stessa o ad una parte di me, credo che questo sia un processo che mi aiuta ad arricchire e modellare la mia personalità che, in questo modo, riesce ad adattarsi a qualsiasi tipo di lingua e contesto. Mi piace pensare così e ne sono convinta.
    Grazie ancora 🙂

    Rispondi

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