Ma sei nata a Natale?

giulia piccola

“Ma sei nata a Natale?”

“Ma proprio il 25?”

“Che sfiga…”

Sono nata il 25 Dicembre 1990 alle 19.55. Era un martedì e mia mamma aveva appena finito di pranzare quando sono iniziate le doglie.

Nascere a Natale non è poi così male, soprattutto se si ricevono i regali doppi e la torta con le candeline dopo panettone e pandoro.

Per me è il momento più bello dell’anno, è più bello dell’estate, delle vacanze, del sole e il mare messi insieme. Non c’è niente di lontanamente e minimamente paragonabile al Natale, per me.

Quando abitavamo a Monza avevamo un garage col soppalco, dove tenevamo delle grandi scatole rosse piene di decorazioni natalizie.

Verso S. Ambrogio, mio papà usava sempre una scala di legno mezza scasssata per recuperarle e portarle in casa. Avevamo un presepe vecchissimo, ogni figura era grande come un palmo di mano (a parte i re magi sul cammello che erano ancora più grandi) e avvolta singolarmente in fogli di giornale. Usavamo della carta decorativa per riprodurre il cielo stellato, del muschio e della paglia per la scenografia e Gesù Bambino veniva sequestrato fino al 25 lasciando Giuseppe e Maria a fissare una culla vuota.

Anche le palline dell’albero avevano la loro storia, la mia preferita era un picchio con una piuma verde come coda, chissà se c’è ancora. Alcuni pezzi facevano parte addirittura dell’infanzia dei miei genitori, decorazioni che oggi nessuno comprerebbe, ma che per noi hanno un valore inestimabile essendo una finestra sui ricordi più belli. Una volta pronto, l’albero regnava vicino alla finestra del salotto, colorato e imponente, mentre io mi divertivo a gattonarci sotto, ammirandolo come fosse un’opera d’arte.

Non conosco nessun altro albero di Natale se non quello della mia infanzia.

Non ho nemmeno mai voluto o dovuto comprarne un altro, nemmeno adesso che non vivo più a “casa”, nemmeno ora che vivo in un altro paese.

Poi è arrivato il 2020 ed è andata più o meno così:

“Mamma mi sa che a Natale non riesco a tornare”.

Quando mi è stato chiaro che non sarei tornata, ho pensato non potesse succedermi niente di peggio. Poi ho perso il lavoro, e ho capito che qualcosa di peggio esisteva.

Così, come una tegola in testa, è stata sciolta parte della nostra divisione e questo ha avuto come conseguenza il fatto di entrare in ufficio un venerdì e uscire con una scatola di cartone in mano e il cuore spezzato.

Da quel momento di totale confusione e incertezza per il futuro, sono scaturite emozioni contrastanti, a volte devastanti e impossibili da gestire. Finché, davanti a tutto questo macello, un giorno ho deciso che avrei regalato a me e alla mia compagna un Natale meraviglioso, avrei  ricreato il giorno più bello dell’anno qui, nella nostra casa, avrei comprato un albero, le decorazioni, le luci, e avrei fatto la foto di rito in pigiama.

Come si mangia un elefante? Un pezzo alla volta.

Questo è un mantra molto ricorrente nella mia vita.

Quando si presentano situazioni troppo difficili o problemi troppo grandi, bisogna procedere a piccoli passi, un poco alla volta. Mi viene da ridere soltanto a pensarci. Io che non sono capace di andare piano, di ponderare, io che sono una persona di pancia, che a volte nemmeno mastico, che vado a sentimento, ad occhio e croce, approssimativa.

Ho dovuto fermarmi e mi sono ritrovata costretta a rallentare.

Aspetta, una cosa alla volta, ascoltati. Di cosa hai bisogno? Di pace, di gioia, di leggerezza, vuoi sorridere e non riesci. Non preoccuparti. Asciugati il viso e guarda com’è bello l’albero che avete comprato, che avete decorato insieme, ridendo, prendendovi in giro, tutti gli aghetti che avete sparso per la casa, le luci che si attorcigliavano, e l’indulgenza di esservi accorte troppo tardi di non aver messo le palline dietro “perchè tanto non lo vede nessuno”. Prendi tutti i regali che vi sono arrivati e mettili sotto l’albero, ora allontanati, spegni tutte le luci e guarda che magia, che meraviglia. Stai sorridendo.

Ho compiuto questi 30 anni distrutta, ma con la consapevolezza che è proprio vero che il dolore è inevitabile ma la sofferenza è una scelta.

E ci sta se qualcuno non è d’accordo, non sono qui per convincervi di niente, ma per ammettere che questi ultimi mesi sono stati fra i più duri della mia vita. Non perchè non avessi il mio albero, non perchè dal licenziamento ho avuto incubi per due settimane, non perchè le giornate sono diventate tutte uguali, non perchè l’unica cosa che avrei voluto era essere in una stanza e urlare fino a far crollare le pareti.

Sono stati i più duri perchè mi hanno messo davanti al fatto che a volte la vita è ingiusta, a volte semplicemente non basta, non basti, non bastiamo, a volte fa male.

Ma quando l’elefante è grosso va mangiato un pezzo alla volta, ed è così che ho deciso di proseguire, un po’ alla volta. Iniziando dal mio magico Natale reinventato, ma comunque all’altezza di quest’anno fuori di testa.

Spengo le mie prime 30 candeline a distanza, ma col cuore un po’ dappertutto.

Buon Natale e fatevi un favore, non smettete mai di credere, di crederci.

 

4 commenti
  1. Lorenzo
    Lorenzo dice:

    Io c’ero, (ho aiutato a soffiare sulle candeline a distanza), e ci sarò, sempre.
    E anche io non metto le palline dietro l’albero, tanto non lo vede nessuno!! ♥️

    Rispondi
  2. SusIndia
    SusIndia dice:

    Veramente un bellissimo Articolo!
    Molto sentito, profondo, e così ben scritto che pare di avvertire sulla mia pelle i sentimenti che hai condiviso. Bravissima.
    Avanti tutta e felice anno nuovo!🙏

    Rispondi

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