Mamma, papà: non mi sento bene!

Vi è mai capitato di chiamare la vostra famiglia  perché non vi sentite bene e volete conforto?

Ecco: per l’ennesima volta non mi sento bene io in questo momento.

Vi sto scrivendo dall’Inghilterra, dove sono impegnata in un training lungo e complesso, e vorrei tanto stare a casa mia ed essere coccolata.

Senza studiare, fare presentazioni, giustificare ai miei colleghi che quando sto male divento gialla (dono della mia pelle olivastra in inverno).

Quando ti trasferisci all’estero, il pensiero di chi resta è che ti fili sempre tutto liscio. Ma non è così.

2010, tornata dalla Spagna per una scuola di specializzazione.

La mia azienda mi chiama per dire “torna, che devi andare urgentemente in Olanda”. Torno, parto, prendo parte al progetto. Un freddo che non avevo mai provato, primi sintomi del corpo che vuole cedere, ma sono giovane e ce la faccio a tornare sana e salva. Mi viene in mente di andare a passare il Capodanno in Serbia con la mia amica croata Sladana che stava vivendo lì per un po’. Secondo giorno, fuori da casa sua: “Ylenia stai attenta che qui non buttano il sale a terra”. Troppo tardi: cado, sbattendo l’osso sacro sul ghiaccio e mi rotolo come un involtino primavera. Trauma: e mo’ che faccio?

Slady mi aiuta ad alzarmi ma non è facile andare in ospedale, così rimango con il dolore fino fino a Capodanno e per non bastare ballo pure sui tacchi (follie da giovane).

Torno in Italia e vado al pronto soccorso. Mi prendo pure la ramanzina del dottore che si calma quando capisce che in Serbia spostarsi non è il massimo del comfort.

Basilea, 2015.

Vivo in una casa del 1790, ultimo piano, scala di legno. È primavera e nel palazzo sono tutti in giro per il mondo (gli svizzeri viaggiano un sacco). Maria, la mia amica che vive al confine francese, è anche lei in vacanza. Le mie colleghe pure. Scendo le scale e pam: caduta e di nuovo colpo all’osso sacro.

Terrore. Penso che stavolta ci sono rimasta. Non ho mai pianto così disperatamente. Fortunatamente ho il telefono e chiamo mia mamma.

Caso vuole che devo andare a mangiare fuori con un amico, chiamo anche lui e gli dico di portare qualcosa per le emergenze, perché non potevo camminare. Striscio all’indietro fino a giù e dal basso apro il portoncino (in Svizzera molte case non hanno il bottone per aprire, si deve scendere di persona).

E’ il mio amico, che mi porta uno spray, mi fa qualcosa da mangiare e poi vado con il tram al centro medico. E’ domenica, devo aspettare per avviare tutte le pratiche.

Nel frattempo, mia madre è in aeroporto e mi raggiunge. Sopravvivo ancora. Avrò sette vite… boh.

Palma 2018.

Compro al Mercadona un dolce con una crema all’uovo. Mangio e vado a lavoro. Mi sento strana. Torno la sera a casa e durante la notte inizio ad avere freddo. Ma come: d’estate a Palma? Mi metto le coperte addosso e provo a dormire. Niente.

Mi sveglio e non vedo. Allarme! Sto morendo e non me ne accorgo?

Prendo il taxi e vado al centro della salute: bel posto, di fronte al mare ma inaccessible per le emergenze… Arrivano solo i taxi, ma a Palma sono sempre occupati d’estate.

Meno male che il santo dottore si accorge che ho un’infezione dovuta all’uovo della crema, e mi dà una marea di medicine. Per tornata a casa devo prendere il bus, lontanissimo perché appunto i taxi sono occupati. E non so che colore strano ha preso la mia pelle, stavolta.

Mi faccio dieci giorni a letto. Mangio solo una mela verde al giorno.

Inghilterra 2019.

Può un hotel mettere i riscaldamenti centralizzati a 40 gradi di notte, dove ti svegli e sembra che sei andata a nuotare in piscina?

E poi, nella hall, invece, hai il freddo per l’aria condizionata?

Perché?

Vedo la gente qui uscire senza giubbino, con le gambe fuori e scollate, ma come fanno?

Io sto prendendo il paracetamolo e sono debole per la stanchezza.

Voglio tornare a casa!

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