Memories dall’Africa

masai

Un giorno, John mi disse :

“Ti va di fare una passeggiata in savana?”

Secondo voi, io, allora fidanzata di un Masai (oggi mio marito), potevo tirarmi indietro ?? Assolutamente no. “Certo”,  risposi.
E la passeggiata il giorno seguente ebbe inizio alle sette del mattino.
Mi misi pantaloni leggerissimi lunghi, canotta, scarponcini da montagna e portai con me un piccolo zainetto a spalla con dentro la mia bottiglietta d’acqua.
John suggerì anche un paio di limoni. Mi disse che,forse, mi avrebbero aiutato a non avere tanta arsura.
Ci incamminammo in mezzo a quella che io allora chiamavo foresta, oggi so che si chiama savana.
Io, John, un altro Masai e una ragazza allora fidanzata con questo ragazzo Masai.
Il paesaggio era fantastico e mi sembrava di vivere in un documentario.
Io, la natura e, accanto a me due Masai (e la fidanzata di uno dei due).
Durante il  percorso incontrammo pochissimi animali. Vedemmo qualche gazzella e, in lontananza, diversi elefanti.
Improvvisamente, John ci disse di stare  zitte.
Lui e il suo amico Masai Joseph avevano sentito qualcosa.
Io e Maria eravamo terrorizzate.
Silenzio?
Attenzione?
Cacchio, pensammo, “c’e’ il leone ?? “, no….zitte”.

“Fate silenzioooooooooooo !! Guardate avanti a voi”.

“Vedete le giraffe ??”
“Dove…dove…?”
Nessuno di noi due le vedeva.
“Dona,  alza la testa”, mi disse John.
Alzai il capo ed era tutto reale.
Erano li, davanti a noi. Meravigliose.
Talmente alte che le loro zampe, a me, con la testa in avanti e non voltata verso l’alto, erano state scambiate per dei tronchi di albero.
Erano gigantesche. Infinitamente alte.
Le giraffe ci guardarono e, immediatamente, iniziarono a correre via.
Una frazione di secondo in più della nostra distrazione e, forse, non le avremmo neanche viste.
africa-giraffe
La nostra passeggiata continuò.
Ero eccitatissima.
Non incontrammo più animali, purtroppo,  ma riuscii ad ammirare una vegetazione che dava sul color ruggine.
Tutto era molto arido.
Ma era anche semplicemente stupendo.
E poi, non posso esprimere cosa si prova ad essere lì.  In savana.  A piedi.
Una sensazione che solo chi ha provato può comprendere.
Verso le quattordici cominciai a chiedere: “quanto manca?”
E John rispose che non mancava molto.
E ancora, dopo un ora: “quanto manca?” E lui, sempre pacato e con la sua flemma allucinante, rispondeva: “non molto”.
Ma cavolo John …siamo in giro da quasi dieci ore!
“L’acqua è finita. Io sto per morire di sete. Torniamo indietro!”
“Sì”, mi rispose, “ma che facciamo,  torniamo indietro per sette ore di strada?”
“Ma sei impazzito?…io sto morendo di sete!”
bambini-africa
Disperata, mi sedetti a terra, incurante dell’erba secca, incurante dei pericoli in cui  potevo incorrere stando seduta per terra.
“Devo fare la pipì”, dissi. “Ok..falla lì”, mi rispose John.
“Fin qui ci sto, ma portami a casa, John, sto morendo di sete!”
O trovami dell’acqua.
Voglio bere: sono distrutta. Tra caldo,  stanchezza… insomma: io ho sete.
“Se non bevo penso che tra non molto morirò qui”, comunicai al gruppo.
“E poi che fai, eh, John?”, gli dissi.
“Mi butti in savana in pasto a qualche iena?”
Ma sei Stronzo.
Fu in quel momento che iniziai a sparlare.
A sbraitare.
A inveire contro di lui.
Senza esitare mi disse di seguirlo e che  mi avrebbe dato l’acqua.
Arrivammo nei pressi di una capanna che, a mio parere, sembrava abbandonata.
Sul retro trovammo un Masai, seduto a terra, con un altro guerriero.
Immagino che John abbia chiesto loro dell’acqua. Certamente io non li capivo. Per me parlavano arabo o cinese.
Era la lingua Maa …la lingua dei Masai.
Ancora oggi la conosco pochissimo.
Mi portò una caraffa, di quelle di plastica. Era piena di acqua. La sola acqua che quei ragazzi avevano era quella.
Acqua piovana raccolta dentro una tanica di quelle dell’olio da mille litri.
Le taniche dei benzinai, per intenderci.
Sorpresa, andai a vedere dove l’aveva presa.
La tanica era stracolma di acqua.
Con nitidezza,  in superficie erano visibili girini e  libellule, forse caduti dentro a causa del caldo.
Mi guardò sorridendo, come se mi avesse dato la migliore delle acque minerali e mi disse: “se hai sete bevi questa. O questa o niente”.
Io stavo morendo di arsura: che dovevo fare ??
Iniziai a bere….e riuscii a ingurgitarla quasi tutta.
Mi sentii subito meglio.
A quel punto ci incamminammo verso casa e, mentre camminavo, lo feci con la convinzione che mi sarei ammalata di colera o di qualcosa a me forse anche sconosciuto.
Una malattia tropicale?
Forse sarei anche morta ?
Sicuramente non di sete.
Ecco,  fu allora che capii che, nel momento di disperazione,  si fa tutto.
Fu in quell’occasione che John mi raccontò che una volta rimase in savana, lontanissimo da casa.
La tanica non la trovò e, per attenuare la sete, dovette  bere la sua stessa pipì.

Ora, chiedo a voi: “che avreste fatto ??”

Io sono ancora qui… viva e vegeta. In Africa.

 

Donamasai
donatella-John
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi