Mi hanno licenziata (e mi sento sola)

licenziamento

La vita, a volte, ha un senso dell’ironia raggelante. Lungi da me voler fare la guru della domenica, sia chiaro. Ciononostante, ormai, non ho più alcun dubbio in merito. Il giorno in cui abbiamo pubblicato il mio ultimo post, dopo una mattinata snervante, è successo l’inaspettato. Ho ricevuto proprio quella notizia con la quale mai avrei fatto i conti. Ero talmente raggelata che, tutt’ora, fatico a crederci. Per usare le parole della mia dottoressa di Jena, in questo momento non riesco a rielaborare il messaggio che mi è stato inviato. Di rielaborare le emozioni che mi dominano la pancia, poi, non se ne parla proprio.

Insomma, bando agli indugi: mi hanno licenziata.

Ora che ci ripenso, mentre rievoco la me stessa che iperventilava davanti alla porta del proprio appartamento, mi dico che avrei dovuto immaginarmelo. In un periodo come questo, infatti, le entrate erano decisamente minori rispetto alle uscite. Chi sarebbe stata licenziata, altrimenti? Ero l’ultima arrivata. Costavo loro due volte e mezzo quanto non sarebbe, altrimenti, costato un apprendista. Con il mio compagno, poi, stavamo iniziando a pensare concretamente al futuro. Concretamente. Questo, ovviamente, loro lo sapevano. Lo avevano intuito senza che io dicessi nulla e me lo avevano rinfacciato a priori.

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Guardandomi indietro, poi, rianalizzando tutto con il cosiddetto “senno di poi”, li ho visti. Ho visto i segnali. Sospirando, ho ripensato alle telefonate in cui la collega della quale mi fidavo, mannaggia la miseria, diceva: “È arrivata in ufficio”. Ho notato i trattamenti differenziati per i quali io dovevo lavorare il triplo, tacere il quintuplo e fare quello che (non) mi veniva detto. Con un tremito, ho visto le aggressioni verbali per le quali stavo valutando, io stessa, di andarmene. Ho persino rivissuto le piccole e grandi cattiverie che, a ottobre, mi hanno costretta a dieci giorni di riposo forzato. Volevo andarmene, desideravo andare oltre. Non in questo modo, però. Non a questo prezzo. In un momento di scaramanzia tutto italiano, mentre piangevo sul divano, ho persino detto al mio compagno: “Te lo avevo detto due giorni fa che me lo sentivo!”.

Funzionare, ora come ora, significa ripetere un sacco di gesti che conosco a memoria. Muovermi, andare avanti, vuol dire farlo per inerzia approfittando di ogni soffio di vento. Mi sono svegliata, dopo nemmeno cinque ore di sonno, e ancora non riuscivo a crederci. Tutt’ora, se ci penso, mi sembra surreale.
Sono delusa, arrabbiata, triste, ferita, immobile di fronte a un pezzo di vita che mi è stato tolto dalle mani. Non rimpiango nulla: le sveglie antelucane, il freddo inclemente, le ore di straordinario, la stanchezza, la passione, le arrabbiature, i momenti tristi. Se solo ne avessi la possibilità, rifarei proprio tutto. Nonostante la vicepresidente dell’associazione, prima di venir interrotta dal presidente, abbia provato ad accusarmi di piccole e grandi cose per lei imperdonabili. Il fatto di volere di più, di volere una famiglia, di guardarmi intorno non le è andato giù.

Manco a dirlo, non me ne ha chiesto conto e mi ha licenziata. Così, in uno schiocco di dita. Si è affidata alle parole di colleghe che credevo amiche senza concedermi il beneficio del dubbio. Mi ha lasciata andare dopo avermi rinfacciato il volere il mio “lavoro dei sogni”. Tutto ciò, poi, mi ha mostrato tante cose che, forse, avevo scelto di non vedere.
Allo stesso tempo, per un retaggio culturare che amo e odio, mi sento in colpa. L’idea di essere stata licenziata, in attesa della disoccupazione e senza un piano concreto mi fa sentire colpevole, sporca, sbagliata. Mannaggia la miseria.

So che, in qualche modo, ne uscirò. Allo stesso tempo, sono consapevole del fatto di non essere l’unica persona al mondo in questa situazione. Eppure, per un verso o per l’altro, mentre guardo la porta della camera da letto che ho chiuso nella speranza che almeno lui dorma un pochino, mi sento sola. Un poco abbandonata a me stessa. E per una come me, che ha sempre preferito la solitudine di un libro alle chiacchiere, è una sensazione del tutto nuova.

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2 commenti
  1. Daniela
    Daniela dice:

    Ciao Samantha, mi dispiace e ti capisco benissimo. Mi sono ritrovata esattamente nella tua identica situazione. Le chiamate, i colleghi, i capi..ho vissuto tutto sulla mia pelle in un momento in cui anche la mia vita privata si sgretolava. Fa spavento, rabbia verso te stessa e gli altri ed è come se ti mancasse la terra sotto i piedi, ma tieni duro e sappi che non sei sola. Non sentirti mai in colpa o difettosa per volere di più, perché solo chi osa vola alto! La brutta sensazione passerá, raccoglierai i cocci e creerai qualcosa di ancora più bello, ma sopratutto sarai più forte di prima ed una persona migliore.
    Stay strong!
    Dani from Perth

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  2. Merylu-Zurigo
    Merylu-Zurigo dice:

    Sai Samantha, la cosa più brutta é che sia stata proprio una donna a rinfacciarti quel volere di più. Nella mia carriera lavorativa ho incontrato una persona del genere, che era pure una madre, quindi a maggior ragione avrebbe dovuto tutelare chi era in maternità perché avrebbe dovuto comprendere la situazione. Sono persone tossiche e tristi e non devi farti ferire dal loro atteggiamento. Prenditi il tempo che ti occorre, hai per fortuna la disoccupazione, che al contrario dell’Italia, non è vissuta come un’onta, ma esattamente per quello che è: un diritto del lavoratore. Viviti il tuo dolore, perché è giusto che tu ora gli dia ascolto e vedrai che quando avrà finito di sfogarsi ti dirà anche che direzione prendere. Sono sicura che troverai un lavoro altrettanto soddisfacente, adesso sai che vuoi lavorare con gli animali, potresti anche pensare a fare qualche corso di formazione sul comportamento degli animali da compagnia. Arricchisci le tue skills in quel settore e vedrai che ti si apriranno nuove opportunità. Un abbraccio forte!

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