minigonne-afghane

Minigonne alle afghane.

Distribuire minigonne alle bambine afghane è una delle cose più belle del mondo

(alla facciazza dei talebani!)

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Mia nonna Pina era sartina ed aveva vissuto la sua giovinezza negli anni della guerra.

La giovinezza di mio nonno Pippo, invece, lo fece viaggiare in Africa per vivere in una colonia di popolamento del fascismo, portando poi indietro con sé mille racconti da cui ho ereditato l’amore per l’Africa, lo stesso che mi ha portato a studiare swahili ed arabo. Lì faceva il falegname, come lo faceva nel piccolo paese dei Nebrodi da cui venivano entrambi. Dall’Etiopia fu chiamato in guerra e fatto prigioniero dagli inglesi.

Nel frattempo mia nonna Pina la sartina, faceva le file coi buoni per il pane e i beni di prima necessità nel paesino dei Nebrodi, e trasformava lenzuola in camicie per il suo bello che un giorno – lei lo sapeva – sarebbe tornato.

Mia nonna, che cucinava le penne al pomodoro più buone del mondo dalla sua cucina a legna e dava da mangiare ai passerotti dalla finestra, mi raccontava che a quei tempi, i tempi della guerra, bisognava portare vestiti lunghi e camicie accollatissime. Ma lei non ci stava, e si faceva da sola lo scollo rotondo. Mi raccontava queste cose mentre mi insegnava a cucire e ricamare. Recuperava scampoli da una fabbrichetta, e insieme alla mia mamma mi cuciva vestiti bellissimi, con inserti d’uncinetto, arte che inutilmente cercarono di insegnarmi, purtroppo. Io preferivo andare in campagna a raccogliere nuciddi ed armeggiare con chiodi, legno e martello nella bottega del nonno, e rimanere incantata davanti alle sue serenate per me col mandolino (che aveva portato con sé in guerra). Il nonno mi diceva che visto che mi chiamo Elisabetta, che suona un po’ come Addis Abeba, io ero etiope (e io ci credevo), e prima di morire mi giurò che assomigliavo ad una sirena che aveva visto su una spiaggia del Mar Rosso.Il nonno era un motociclista e ci portava in moto con lui in montagna. Ed io indossavo la mia minigonna che avevo cucito con l’aiuto della mia nonna. Perché la mia nonna si vantava che le sue figlie (mia mamma e mia zia) negli anni ’60 erano state le prime del paese ad indossare la minigonna (autoprodotta, chiaramente).

Insomma, io sono cresciuta col mito della minigonna, che assurdi complessi non mi hanno poi fatto indossare per decadi, solo un paio di anni fa ho ripreso a farlo, con grande gioia delle mie cosce che finalmente prendono aria e si sentono amate ed accettate. Sono cosce di una certa importanza, Beyonce style, di cui andare fiere, finalmente. (E come dice Marco Palillo: Liberté, Fraternité, Beyoncé!).

Oggi sono stata a dare una mano come volontaria alla distribuzione dei vestiti ai rifugiati. Ieri notte non chiudevo occhio perché non sapevo quanto dolore avrei dovuto affrontare, né come affrontarlo.
Mi sono svegliata presto per meditare, ho sbattuto conto i -7° che il 2016 ha portato con sé e sono arrivata all’hangar 1 di Tempelhof. Ho iniziato a dare una mano a piegare e smistare i vestiti offerti, mentre una donna mi parlava in francese, convinta che lo fossi, io pensavo che lo fosse lei, e poi si è scoperto che non lo era nessuna delle due: mistero del 2016, tutti mi prendono per francese.

Alle 10 abbiamo aperto alle famiglie. Tante famiglie colorate. La bellezza del popolo afghano è ineffabile. Le prime signore che ho servito sono state 4 bambine peperine. Mentre cercavo una cosa della loro taglia, tiro su da uno scaffale per sbaglio una minigonna, e le sento urlare. Mi giro e mi stavano chiamando perché la volevano! La mia felicità non si conteneva, ho preso tutte le minigonne della loro taglia, e gliele ho date con una contentezza che ha gli anni che ho io, che viene da quella mia nonna Pina. Mettetevi le minigonne, ragazze. Alla faccia di ogni tipo di talebano nelle vostre vite!
Così è iniziato il mio primo giorno di volontariato, che mi ha resa molto felice, perché avevo altre aspettative. I volontari sono persone bellissime, e tutto è davvero ben organizzato, c’era anche un ragazzo che parlava farsi, ed uno arabo. A metà mattina ci è stato servito un bicchiere d’acqua da una delle responsabili con un sorriso enorme.
La percezione delle famiglie dei rifugiati era quella di un mercato, quanto di più gioioso e familiare possa esistere nelle città.
Non volevano, giustamente, e con grande dignità, i vestiti danneggiati, sfuggiti nello smistamento. Una giacca molto buona era rovinata, e una volontaria ha detto: me la porto a casa, l’aggiusto e la riporto. Ci sono vestiti che proprio culturalmente non vanno bene, ma leggins e jeans stretti sono un must per tutte le donne del mondo, evviva!
Le donne comandano questa bella riffa: prima chiedono i vestiti per i bambini, poi per i mariti, che aspettano silenziosi, poi per loro. Spesso i mariti cedono loro il posto per scegliere.
Sarò una romanticona, ma ho visto coppie molto solide, belle famiglie, davvero. Inutile immaginare cosa hanno affrontato insieme, non se ne puó avere un’idea.
I bambini piangono come tutti i bambini per un giocattolo, ed anche questo mi ha rinfrancata.

Dopo tre ore, invece, era il mio ginocchio a piangere, ma era anche finito il mio turno. Ed era ora di raggiungere una cara amica turca per andare a Stadtbad Neükolln, una piscina di quartiere. La vasca era piena di gente, ma è stato bello nuotare nell’acqua calda, guardare l’inverno dalle finestre in costume, e soprattutto realizzare che tutto un mondo multiculti stava facendo il bagno, senza che nessuno rivendicasse qualche strano ius soli.
E’ stato bello mangiare il cibo preparato dalle mani benedette di Kebire, una musicista meravigliosa che ho conosciuto 12 anni fa, e ora la vita ci ha rimesse vicine, sempre grazie a Daniela.
E’ stato bello ascoltarla suonare il mandolino, e ricevere i suoi doni sbrilluccicanti: stamattina ero uscita come l’omino michelin, e sono tornata a casa chic come un’attrice. Francese, ovviamente.

E con una borsa di suoi vestiti da portare a Tempelhof.
Evviva l’amicizia e la solidarietà.
Evviva Berlin. Evviva la minigonna!

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