Nanchino: un genocidio poco conosciuto

Iris Chang

Iris Chang. Scrittrice: best seller, “Lo stupro di Nanchino”, pubblicato nel 1997

13 dicembre… per molti il giorno più corto dell’anno, per altri il giorno di Santa Lucia; qui in Cina è il giorno del ricordo.

Si ricordano, infatti, le 300.000 (cifra stimata, anche se in realtà si pensa che siano state molte di più) vittime di quello noto come il Massacro di Nanchino.

Per chi non è del settore, per chi della Cina ignora tutto, eccetto il suo odierno sviluppo, questo evento storico sarà del tutto sconosciuto.

Lo  fu anche per me fino a quando non intrapresi lo studio del cinese, il quale comporta anche lo studio della storia cinese.

Il Massacro di Nanchino per atrocità è paragonato alla strage compiuta dai nazisti nei campi di concentramento e protagonisti di tali atrocità furono i soldati di una nazione che oggi, per antonomasia, è la patria del rispetto, dell’educazione e dell’umiltà. A dar vita a questo triste evento furono i soldati dell’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra sino-giapponese del 1937.

Difficile da credere no?

Purtroppo, però, nel periodo espansionistico del Giappone, i soldati giapponesi sono stati protagonisti di feroci atrocità non solo in Cina, ma in tutto l’Estremo Oriente, non a caso se per noi il Giappone è una nazione da ammirare, da questa parte del mondo le tensioni tra i diversi Paesi asiatici e il Giappone sono ancora vive.

L’esercito imperiale giapponese entrò a Nanchino, allora capitale della Repubblica di Cina, per l’appunto, il 13 dicembre del 1937.

Per sei settimane si rese protagonista di barbarie inenarrabili: saccheggi, incendi (con essi circa un terzo della città fu distrutta) e stupri, dei quali si narra che ne avvenissero 1000 per notte e tanti altri durante il giorno, nessuno era escluso da tale atrocità. Il Tribunale Militare Internazionale dell’Estremo Oriente (il corrispettivo asiatico del Tribunale Militare di Norimberga) ha calcolato che siano state violentate tra le 20 e le 80 mila donne, incluse anziane e bambine.

Proprio per questo, tale evento è anche noto come Lo Stupro di Nanchino.

L’intento iniziale dell’esercito imperiale giapponese era di giustiziare i prigionieri di guerra, quindi i soldati cinesi.

Questi ultimi, nell’estremo tentativo di salvarsi dalla furia dell’invasore, si travestirono da civili, ma con tale pretesto i giapponesi finirono per fare una carneficina senza precedenti nella millenaria storia cinese.

Ogni nazione ha, sfortunatamente, un giorno della memoria (da noi il 10 febbraio, il giorno delle Foibe), ma alla luce di quanto avviene ancora oggi nel mondo, mi viene da chiedermi “ma tali gesti si fanno più che altro per tradizione o effettivamente per evitare che errori simili possano ripetersi?”

Se ci soffermassimo a riflettere, la risposta sarebbe più che ovvia: oramai il rito delle commemorazioni sono diventate solamente un atto della tradizione.

Si porta la corona davanti alla stele commemorativa, si fa partire l’inno nazionale, si fanno discorsi che entrano da un orecchio ed escono dall’altro, ma poi finita la cerimonia si ritorna alla vita di tutti i giorni, a quella vita testimone di ingiustizie di cui tutti sono a conoscenza, ma poi tutti fanno gli indiani. Ditemi voi a cosa serve commemorare le vittime di tali massacri se poi ai giorni nostri molte nazioni privano le minoranze etniche della loro identità, libertà e terra. A cosa serve creare manifesti commemorativi se le stesse nazioni che furono vittime di tali atrocità oggi le compiono sulle nazioni più povere e indifese?

Quante persone vivono nella continua paura che una bomba, che un soldato possa entrare nella propria casa a prendersi con la forza ciò che non gli appartiene?

Ricordiamo questi eventi storici perché veramente si è capito quanto inumano può essere l’uomo durante la guerra o lo si fa semplicemente perché ormai sono date impresse nei libri di storia e che pertanto non possono essere ignorate?

La Cina ricorda le sue vittime del ’37, ma cosa sta facendo oggi lei nella provincia dello Xinjiang? Gli Stati Uniti ricordano tutti i soldati morti in inutili guerre, ma in che condizioni mantiene i discendenti dei nativi americani? L’Europa critica a destra e a manca, ma come si comportano in Africa e nel Sud-Est asiatico?

Ha ancora senso dire che si perpetra tale commemorazione per evitare che le generazioni future non dimentichino?

Ha senso indossare la maschera della solennità in giorni come questi, quando una volta spente le telecamere si continuerà a giocare con la vita di altre persone?

Io, lasciatemelo dire, ci vedo solo tanta ipocrisia! Le vittime di tutte le atrocità compiute nel corso dei secoli saranno veramente ricordate solamente nel momento in cui non ci saranno più persone vittime delle scelte sbagliate di governanti accecati dall’avidità. Tali commemorazioni avranno un senso solenne solamente nel momento in cui finirà il pretesto di voler sottomettere l’altro a tutti i costi; quando, quindi, si deporranno le armi e ai nostri figli si insegnerà ad amare l’altro così com’è.

Luisa Fernanda Donatacci

2 commenti
  1. Ilaria
    Ilaria dice:

    Anch’io sono venuta a conoscenza di questi eventi solo da poco e devo dire che sono rimasta sconvolta per le brutalità che ho letto. Purtroppo la guerra è solo un pretesto per sfogare gli istinti più bestiali dell’uomo, e lo è sempre stata.

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  2. emi
    emi dice:

    Per chi fosse interessat* a tale evento, consiglio vivamente la lettura di “I 13 fiori della guerra”, vi è anche il film. EC

    Rispondi

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