NATA SOTTO IL SEGNO DI SCHENGEN

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Disclaimer: lungi da me fare ogni sorta di propaganda e/o esprimere un pensiero politico in questo articolo. L’obiettivo è portare alla luce delle considerazioni personali emerse con la mia esperienza da emigrata.

 

C’è un grande prato verde nel bel mezzo di un quartiere di Londra in cui alcuni ragazzini giocano a pallone: lo rincorrono, lo calciano, finisce lontano, vanno a prenderlo. Ridono felici e spensierati.

Io li sorveglio a distanza e mi ritrovo a sorridere tra me e me.

I miei genitori mi hanno sempre portata in giro, fin dai miei primi giorni di vita. Quando ho potuto, sono partita da sola per varie esperienze all’estero ma anche in vacanza, fino ad espatriare. Sono entrata in contatto fin da giovanissima con svariate nazionalità e culture e non ho conosciuto confini.

Ho avuto la fortuna di nascere nella parte giusta del mondo e di potermi muovere liberamente senza visti e code di attesa infinite al controllo passaporti.

Tanto è vero che quando rientro in Francia e mi ritrovo a dover perdere almeno 45 minuti del mio tempo in coda al controllo passaporti, sbuffo e mi innervosisco assai. (La Francia in seguito agli attentati del 2015 ha sospeso gli accordi di Schengen e ripristinato i controlli alle frontiere).

Mi ritengo fortunata ora che posso atterrare in Belgio e andarmene in Francia via terra senza dover sottostare a nessun controllo. Grazie Schengen!

Sbuffo quando in vacanza in Inghilterra devo fare la coda dal poliziotto perché i lettori ottici dei gates automatici non leggono il mio passaporto (poi qualcuno mi spiegherà perché solo (!!) in UK mi succede e mai altrove).

Per noi italiani è indubbiamente facile avere un visto. Secondo il sito passport index  il nostro passaporto apre le porte a ben 169 Stati su 196 nel mondo. Quindi non c’è dubbio che per i cittadini italiani viaggiare per lavoro o per piacere, sia relativamente più semplice da un punto di vista burocratico.

Non ho mai veramente capito cosa voglia dire vivere in un mondo con le frontiere, dover richiedere un visto e magari non ottenerlo.

Quel giorno, in quel parco giocavano un omanita, un turco, due polacchi, qualche tedesco, un italiano. Tutti adolescenti. non c’erano litigi, non c’erano muri ma solo risate, prese in giro affettuose e amicizia. Cercavano di comunicare in inglese e a gesti.

 

Una parte del Parlamento Europeo a Strasburgo, in Francia

Il ragazzino turco non parla mezza parola di inglese, quello omanita lo sa invece molto bene e comunicano con il traduttore sull’iphone. Mi fanno molta tenerezza e, a momenti, mi commuovo.

Due culture così diverse che si incontrano in un prato, nella città che è la culla dell’integrazione . Ora mi è chiaro il perché.

L’ingenuità e la spensieratezza che li caratterizzano un po’ mi fanno invidia: vorrei essere come loro.

Li guardo e mi ritrovo a pensare che se ci insegnassero fin da piccoli valori e ideali, ma anche ad apprezzare la cultura e le tradizioni della nostra terra e a trasmetterle in modo genuino, ad andare fieri senza pensare che siano le migliori in assoluto, sono quasi certa che questo mondo sarebbe meglio di quello che è. E non è retorica.

L’espatrio mi ha portata ad apprezzare la semplicità e dare un valore autentico alle persone, ai valori e ai sentimenti, permettendomi così di prendere le distanze dalle cose materiali e ad attaccarmi ai momenti vissuti portandoli ovunque con me, custoditi nel mio cuore.

Quella stessa semplicità che ritrovo in quei ragazzini.

Ricordo come mi sono sentita quando in Turchia sono andata all’ufficio immigrazione per chiedere il permesso di soggiorno. C’ero io, studentessa appena ventenne e ovunque attorno a me azeri, armeni, georgiani, iracheni in coda, fuori. Famiglie intere, donne e uomini da soli.

Ricordo come mi sono sentita potente nel brandire quel passaporto color granata ai poliziotti all’ingresso.

Ricordo quanto mi dette fastidio il fatto di non poter decidere da me quanto restare in Turchia, ma di dover dipendere da una data impressa su di un tesserino plastificato, l’Ikamet ovvero il permesso di soggiorno turco.

Perché io che ho conosciuto la bellezza dei voli Ryanair a 5 euro, non posso fare altro che baciare dove cammino, anzi dove volo.

E qui mi ritrovo a pensare ad alcune amiche con passaporto non europeo che si ritrovano a dover chiedere visti con relative spese, per andare in vacanza a Londra piuttosto che in Grecia.

E alla mia amica greca che per amore ha deciso di trasferirsi in Australia, ha dovuto lottare contro l’annosa burocrazia dei visti e di come riuscire a ottenerne uno che le permettesse di restare il più a lungo possibile, pur di stare con il suo ragazzo.

E penso a quando lui mi ha detto che ha dovuto rinunciare Erasmus perché non poteva permettersi economicamente un soggiorno in Europa.

Ecco: quando penso a loro mi rendo conto dell’immensa fortuna di essere italiana ed europea.

Lungi da me fare politica, questo non è il luogo adatto. Dico solo che emigrare dovremmo farlo tutti perché ci rende persone migliori, mettendoci di fronte alle difficoltà, al diverso, di fronte a noi stessi. Ci crediamo tanto forti e tanto aperti ma, solo emigrando, si mettono davvero a nudo le nostre virtù ed emergono le nostre debolezze.

2 commenti
  1. Erica
    Erica dice:

    Ciao Silvia, complimenti per l’articolo!! Ahimè, quanta verità. Sono stata qualche anno con un ragazzo turco e ho visto tutti i problemi di visto che in Italia non immaginiamo nemmeno.. Siamo davvero fortunati! Buona continuazione in terra straniera!

    Rispondi
    • Silvia-Lille
      Silvia-Lille dice:

      Ciao Erica,
      Tra l’altro i turchi hanno anche più tipi di passaporto in base al lavoro che fanno e a seconda del passaporto hanno più o meno difficoltà a viaggiare…

      Noi siamo davvero fortunati, dobbiamo solo rendercene conto!

      Grazie per essere passata di qui. 😊

      Un caro saluto
      Silvia-Lille

      Rispondi

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