Né qui né lì

bambina

Questa è la storia tragicomica della perdita e del ritrovamento dell’identità.

Ci vogliono quei 4 o 5 anni ma arriva per tutti gli expat il momento cruciale in cui, durate una qualunque vacanza in Italia, si realizza che non si appartiene assolutamente più a quei luoghi, a quelle persone, a quelle prospettive.

Lo si realizza con meraviglia, con un certo dispiacere e un po’ di paura. Sapevamo che le cose stavano cambiando, ci eravamo resi conto che la distanza geografica e la rarefazione dei rapporti stavano diventando un peso importante. Ma non sentendoci ancora completamente “a casa” nel nuovo paese abbiamo sempre pensato di essere “di casa” nel luogo da cui siamo partiti.  

Invece no.

Non eravamo pronti, non lo volevamo, ci crea disagio ma è successo. 

Non capiamo i vostri riferimenti a eventi passati (a cui non abbiamo partecipato), non conosciamo i vostri nuovi amici, non sappiamo il nome di quella strada, abbiamo scoperto che il nostro salumiere preferito ha chiuso, i nostri figli studiano altre materie a scuola rispetto ai vostri, non prendiamo la stessa pillola per il mal di testa, non afferriamo al volo le citazioni dei vostri personaggi famosi, non abbiamo gli stessi obbiettivi, non abbiamo lo stesso futuro e adesso, lo capiamo, non abbiamo nemmeno più lo stesso passato, almeno quello recente.

Chi siamo? A quali luoghi apparteniamo? 

Non lo sappiamo più con certezza. È diventato difficile darci una risposta e non è una bella sensazione se non hai 15 o 20 anni.

Ma, tutto sommato, la risposta a queste domande è solo un’altra domanda. È importante avere una identità definita? Certo, sarebbe fonte di stabilità.

Ma non è meglio una duplice o triplice essenza, ricca di diversità e contrasti, piena di esperienze diversissime, rispetto ad una definizione di sé unica, forte, rigida?

A voi la scelta. Io, per me, tengo il consiglio di una amica, viaggiatrice come me, che ha capito dove cercare il suo centro di gravità permanente. Il suggerimento è che voler trovare il senso di sé stessi fuori di sé, è la ricetta dell’infelicità. 

Non è quindi il luogo dove sei o quello in cui andrai, ma è chi sei tu. 

Partire e cambiare sono atti da compiere per un benessere pratico, che secondariamente influenza il tuo benessere mentale ma a prezzo di altre disfunzioni che, se decidi di diventare un emigrante, devi mettere in conto. 

Ma i viaggi fisici ti portano a farne altri nell’anima ed a sciogliere molti nodi, a dissipare certezze.

Questo è difficile da affrontare ma benefico sul lungo periodo, se non opponi resistenze e vivi con la mente aperta. 

Accettare di non essere né di qui né di lì, mi confermano molti emigranti di lunghissima data come il mio amico di New York che venne a Vancouver negli anni ’70, è lo stato definitivo e permanente di chi si trasferisce.

È questa la tua nuova identità, senza un contorno culturale e geografico definito, si definisce per il fatto di non essere limitata, catalogata ed etichettata.

Cose che sono molto rassicuranti, che aiutano a tenere insieme i pezzi, ma alla fine dei conti sono molto pesanti e, in questo mondo moderno, connesso, globale, anche molto vecchie.

Benvenuta nuova me.

1 commento
  1. Alessandra Cina/Ucraina
    Alessandra Cina/Ucraina dice:

    Nel modo in cui vivo, avere un’identità definita mi sembrerebbe limitarmi. Essendo expat dall’infanzia e cambiando nazione e persino continente ogni 2 per 3, avere un’identità mi farebbe appunto avere una crisi d’identità. Manco di stabilità, è vero, ma ormai non mi spaventa più. Né qui, né lì, né in nessun altro posto. Solo dentro.

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