Nonni che stress!

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È sera tardi, è l’ora di andare a dormire.

Io sono sul balcone aspettando l’arrivo di un taxi. Ne passano tre o quattro, poi ne arriva uno che si ferma davanti al mio portone. Scendono un uomo e una donna, non più giovani, un po’ stanchi.

Con impazienza e adrenalina scendono dall’auto e prendono i bagagli che il tassista gli ha gentilmente tirato fuori. Si aiutano con le valigie, poi salutano e scompaiono sotto ai balconi. Dopo un secondo suona il citofono a dopo un minuto i miei genitori sono davanti alla porta di casa! Sono arrivati i nonni della mia bambina. Ci siamo finalmente riuniti.

Siamo tutti emozionati. La bimba rimane in silenzio e poi, quando la prendono in braccio, piange. Non li conosce.

La mia bambina, che li aveva visti due mesi prima in Italia, adesso ovviamente non sa chi siano questi due sconosciuti che sono venuti con l’intenzione di trascorrere tanto tempo con lei, di cambiarle il pannolino, di portarla nel passeggino e di comprarle il mondo.

Ci ridiamo sopra e il giorno dopo sembra che loro abbiano vissuto sempre in questa casa con noi.

La nipotina è perfettamente a suo agio, si è già abituata a queste nuove presenze in casa e ride felice con loro che la amano.

Quando i tuoi genitori vengono a trovarti sei al colmo della felicità ma sai che dopo circa tre giorni sarai anche felicemente stressata.

È bello che si mettano a fare i nonni, che ti cucinino e che ti stendano la roba mentre tu hai un po’ di tempo per te, per scrivere, lavarti i capelli o applicarti l’esfoliante sul corpo.

Ti accorgi, però, anche di quanto tu sia cambiata e di quanto loro stiano invecchiando perché hanno manie che si accentuano.

Appena ti svegli, papà vuol sapere quale sarà il menù della settimana e mangiare a orari ben precisi, mamma vuol fare la spesa ogni giorno. Comprano senza guardare cosa c’è già in frigorifero. Ci sono divergenze su come fare le lavatrici e fare le pulizie di casa. Mamma vuol camminare tanto e papà si stanca. Non vivere la vita quotidiana con loro ti fa vivere un piccolo trauma quando poi ti vengono a trovare.

I nonni (suocera inclusa) dicono: “io non mi intrometto, te la vedi tu”. Ma in realtà non ce la fanno proprio a stare al posto loro.

Una nonna, la suocera, insiste su quanto sia fondamentale comprare il box al bebè che si muove sempre di più e diventa pericoloso e te lo ricorda tutte le volte che ti vede.

L’altra nonna, mia madre, è fissata con l’igiene del bebè e della casa e tocca gli oggetti con i fazzolettini di carta come se ci fosse una malattia infettiva in circolazione. Il nonno, mio padre, che con l’età è diventato sordo, tiene la bambina in braccio e le canta tutto il tempo ma stona terribilmente. Non voglio neanche immaginare cosa direbbe la nipotina se potesse parlare.

Quando vengono loro io sono stanca, più stressata ma anche molto felice.

Quando ripartono so che ritornerà a regnare il mio ordine ma una parte di me ritorna nell’oscurità. Loro sono di nuovo lontani e so che, la prossima volta che si vedranno, la mia bambina non riconoscerà i suoi nonni e dovrà riabituarsi a loro. Loro cercano di non perdersi tutte le tappe della sua crescita ma inevitabilmente qualcosa la perdono.

Mia figlia a settembre andrà alla “guardería” o “escola bressol” in catalano (asilo nido) perché i suoi nonni sono lontani.

Qui in Spagna va di moda la “crianza con apego” (attachment parenting), secondo cui è fondamentale il contatto materno quanto più tempo possibile. Ci sono pediatri che sostengono che fino ai tre anni i bambini non dovrebbero andare all’asilo e dovrebbero stare con la mamma, il padre o almeno un familiare di fiducia e che conoscano bene.

Tuttavia, la realtà dei fatti per molti di noi è ben diversa. Dopo 4-5 mesi, la madre deve tornare a lavoro e se i nonni non possono prendersene cura, la “guardería” è una delle poche soluzioni possibili.

Sono molte le famiglie che sperano in più aiuti da parte del governo spagnolo. Per esempio, asili privati più economici, asili pubblici (bellissimi e meno cari) con posti per tutti, congedo di maternità almeno fino a un anno.

Io ho voglia di tornare a lavorare ma una parte di me è preoccupata all’idea di lasciare una bimba così piccola al nido. Vediamo come va… non sarà né la prima né l’ultima.

Dopo dieci anni di vita da expat in cui non ho mai (veramente mai!) preso in mano un ferro da stiro, l’altro giorno mi sono decisa a comprarne uno. La ragione è collegata al nido. Devo stirare le etichette termoadesive con il nome della bambina su tutti i suoi capi in modo tale che non si confondano con quelli degli altri bambini.

Un figlio ti cambia la vita in tutti i sensi.

ferro-stiro

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