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Ancora in piedi

Non chiedetemi come sia possibile, ma nonostante siano quasi quattro anni che viva qui, a volte sento come se non facessi  sul serio, come se fossi qui in vacanza o per un periodo più o meno breve, come se da un giorno all’altro mi dovesse toccare di  fare le valigie e tornare sui miei passi, alla mia vera vita.  A volte ho come la sensazione che  questa non sia davvero la mia di vita, la mia città, la mia aria.

“Niente di serio”- mi dico – ma poi mi  basta ricordare tutte le volte che mi sono sentita persa, senza direzione, senza scopo, senza radici, senza un appiglio, e di colpo ecco che  l’equilibrio che ho raggiunto da un anno e mezzo a questa parte acquista un’importanza maggiore di quella che pensavo potesse avere.

Ma, soprattutto, realizzo che non posso permettermi di abbassare la guardia, di nuovo. È già successo una volta, due anni fa, e mi è costato caro. Tutto a un tratto la mancanza della mia famiglia, dei miei amici e di quelli che io chiamo “i pilastri” della mia vita mi ha sopraffatto. Era  diventato insopportabile soffiare le candeline dei compleanni senza mamma e papà, tornare a casa da una brutta giornata  e non avere mia sorella o la mia migliore amica con cui confidarmi, sentire che la cerchia di amici che col tempo mi ero creata qui a Barcellona non avrebbe capito, che avrebbe sottovalutato quello che stavo passando. Tutto mi stava stretto, non mi sentivo al mio posto. Non sapevo più chi ero, né cosa stessi facendo qui: la città dei sogni di tantissimi italiani e in generale di mezzo mondo si stava rivoltando contro di me, mi stava schiacciando in un angolino come a dire “A noi due”.

“Non può essere – mi dicevo – chiunque desidererebbe vivere qui, avere un lavoro ben pagato, uscire di casa e vedere la Sagrada Família o scorgere la Casa Battlò dal finestrino dell’autobus”. Semplicemente ero incredula, spiazzata, fragile. Barcellona mi stava togliendo sonno, spensieratezza e certezze. Sì, tutte le incoscienti certezze che mi avevano fatto prendere una decisione in meno di due settimane e partire con un biglietto solo andata, crollavano poco a poco e rimanevamo io e lei, Barcellona, a giocarcela: chi resiste di più senza arrendersi all’altra, vince.

Che sia qui a raccontarlo la dice lunga su chi vinse quella battaglia  e in questo momento della mia vita non potrei sentirmi più appagata e soddisfatta di aver scelto una seconda volta lei, la città dei sogni di tantissimi italiani, ma soprattutto dei miei. Continuo a desiderare di vivere qui, continuo ad avere un lavoro ben pagato, non vedo (più) la Sagrada Família quando esco di casa – adesso vedo un’immenso cantiere che presto sarà la nuova Plaça de les Glories – e continuo a scorgere le bellezze architettoniche gaudiniane  quando vado in autobus.

So che quel sentimento di nostalgia  è dietro l’angolo, so che non sono ancora in salvo, ma dopotutto fa parte di me, dell’essere expat e dell’essere “Alive”. Ho vinto una volta e continuerò a farlo. Questa volta al mio fianco non avrò solo famiglia e amici, ma anche una persona che proprio un anno e mezzo fa mi ha teso la mano vedendomi schiacciata in quell’angolino e mi ha tirata a sé, decidendo che da quel momento in poi avremmo camminato insieme verso quella che adesso è la nostra storia.Sagrada Familia

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2 commenti
  1. Elli
    Elli dice:

    Barcellona è la prima della lista: anche per M. sarà bellissima. Non vedo l’ora, ma mi rendo conto che un conto è andarci il vacanza ed un altro cambiare vita. Noi viviamo in una famiglia, quella di mio marito in cui tutti studiano o vivono per lavoro all’estero, con repentini trasferimenti dall’Europa all’Asia all’America, quindi chissà che prima o poi… 🙂

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  2. Monica
    Monica dice:

    Come sei riuscita a uscire dal ”tutto mi stava stretto, non mi sentivo al mio posto”??? interessante punto di vista perche’ lo provo anche io , e l unica opzione che vedo ora e’ andarmene.. magari proprio li 🙂

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