Nostalgia di un Erasmus turco

Vista di Istanbul, lato europeo

“Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

se le nostre anime non si vedessero da lontano

non saremmo così vicini, chi sa,

se la sorte non ci avesse divisi.”

Nazim Hikmet

Correva l’anno 2015, ero una giovane fanciulla con grandi sogni e il fuoco perenne sotto i piedi.

Apparentemente di indole tranquilla, interiormente un fiume in piena.

L’Erasmus è la città, sono le persone, è l’intreccio di entrambe. L’Erasmus sei tu e la tua prima volta all’estero per molto tempo e in un paese straniero.

Se poi questo paese è la Turchia, potresti dire di avere trovato la tua metà.

Partii con due valigie colme (ma di cosa poi?) che si sarebbero moltiplicate al ritorno con una scusa: avevo scorte di baklava, chay e raki da trasportare con me in Italia.

Ricordo che appena scesa dall’aereo pensai “Sono a casa”. Eppure quella città non la conoscevo minimamente e non la avevo mai presa in considerazione per un viaggio.

Effettivamente Istanbul non era una meta usuale per un Erasmus.

Il mio Erasmus è stato speciale, come lo sono tutti d’altronde. Il mio però lo è stato ancora di più perché la Turchia è un paese che definirei borderline: non è Europa né tutto Medio Oriente. è moderno ma anche conservatore. Ed è molto, molto altro di cui vi parlerò magari in un prossimo post.

Pochi mesi dopo il mio rientro, scrissi queste righe. E ora che ho fatto pace con me stessa, è giunto il momento di ricordare.

Ero giovane e inesperta. Era la prima volta. Non avevo aspettative perché non conoscevo la città ma soprattutto perché era successo tutto così in fretta da non avermi lasciato il tempo di metabolizzare e pensarci su. In quell’ultimo anno avevo cambiato vita e lo stavo per fare di nuovo: tutta questione di adrenalina!

Lei era lì, che mi aspettava imponente ma non per questo severa, anzi, appariva dolcemente romantica sulle note dei venditori di simit e lo strombazzare dei ferries.

E io dovetti adeguarmi al suo ritmo.

Ancora non sapevo che le ingenti quantità di baklava che avrei mangiato mi avrebbero iniettato cotanta smielosità. Ahimè quei mesi trascorsero funesti, quella dolcezza romantica si trasformò in nostalgia canaglia e il cioccolato non ebbe lo stesso potere calmante dei baklava.

Galata kulesi

Fare un Erasmus a Istanbul è molto diverso dal vivere l’esperienza equivalente in un’altra città.

Premesso che ogni Erasmus è soggettivo e vissuto diversamente dalle persone nella stessa città, a Istanbul questo ha tutto un altro sapore: la città offre molto, ogni giorno a qualsiasi ora, e così il tempo libero si trascorre spesso ad eventi o visitando i quartieri e i siti famosi. Anche le feste sono per lo più in locali piuttosto che in appartamenti, come succede spesso in questo contesto.

Inoltre si vive in prima persona la complessa situazione geopolitica del Paese: essendo dentro il problema si può avere una visione diretta dei fatti, oltre che delle testimonianze, smontando così le bufale quotidiane che ci propinano i media europei e italiani.

Vedi Istanbul e ogni altra città ti sembrerà vuota.

Rientrata dalla Turchia ho avuto la possibilità di vedere alcune capitali europee. Amo viaggiare: è una passione viscerale, difficilmente i luoghi che visito mi lasciano insoddisfatta. Invece credetemi che non c’è città al mondo che regga il confronto! E’ come se in quelle città mancasse qualcosa che invece è presente a Istanbul che in realtà le racchiude tutte in sé.

Per quanto riguarda l’università, scordatevi l’architettura e la storia delle nostre. In Italia portici bellissimi, antichissimi, cortili con i rosari, le magnolie e i pappagallini verdi (eh si, all’Università pure quelli c’abbiamo) e le aule storiche.

In Turchia nulla di tutto ciò. Edifici super moderni, bassi, asettici, dove i corridoi assomigliano a quelli degli ospedali e così anche il pavimento. Metal detector ad ogni ingresso con annesso personale di sicurezza, situazioni che solo negli USA. Un numero indecifrato di sportelli ATM (altro che i poveri squattrinati studenti fuorisede italiani).

Il campus centrale è grande come il mio quartiere: un labirinto, e come tale la segnaletica è pari a zero! Dopo sei mesi ancora avevo difficoltà a trovare l’international office.

E’ presente addirittura un parrucchiere per ekmek (uomo) e bayan (donna). E c’è la palestra, gratuita per tutti gli studenti.

Gli esami universitari sono forse stati lo shock culturale più forte che abbia mai avuto.

Tutti scritti, si svlogono in due trance: a metà semestre, il “mid term exam” con la prima parte del programma e alla fine, “final exam”. Non è poi così male, sembra.

Ovviamente quando si tratta di tempistica e burocrazia i turchi sono in prima fila e infatti in entrambe le mini-sessioni a una settimana dalla finestra di esami ancora non sapevamo a che ora e quando li avremmo fatti.

In una settimana si danno tutte le materie e purtroppo può succedere di avere due esami di seguito senza pausa nell’intermezzo. Ma le sorprese non finiscono qui.

Esami al sabato e alla domenica pomeriggio ma addirittura il 25 dicembre.

L’esame a Natale però io l’ho evitato.

E che dire dei voti? Anche qui, a chi ci capisce tanto di cappello!

Il voto finale è calcolato sui risultati del mid term e del final. Nel calcolare il voto finale, il mid term viene considerato per il 40% e il final per il 60%. La sufficienza è al 50% e chi non dovesse passare l’esame ha la possibilità di fare il make-up exam, ovvero appelli straordinari per recuperare.

Al punteggio in percentuale corrisponde una lettera, AA, AB, BB, BC, CC ecc, (a me ricorda la metrica italiana!) che costituisce l’esito finale del corso che poi nel mio caso è stato convalidato dall’università italiana, con mia immensa gioia.

La particolarità è che nella propria area riservata, per entrambi i parziali e per l’esito finale, si possono visualizzare il voto più alto e quello più basso della classe, e la propria posizione in graduatoria sempre rispetto a quel corso, così si ha un’idea della propria performance e preparazione.

A proposito di Natale, menzionato prima: pensavo fosse traumatico scoprire che Babbo Natale non esiste e invece ancora non avevo sperimentato l’ebbrezza di non festeggiare il Natale. Niente alberi, niente cenoni, niente panettoni.

Mi sono stati concessi la neve, qualche regalo e tantissima nostalgia!

Mai più un Natale-non-Natale mi son detta, ed è quello che continuo a ripetermi quando ci ripenso. Alla malinconia di casa e del pranzo del 25 si è aggiunta l’assenza totale dell’atmosfera natalizia, contribuendo a peggiorare la situazione. Ho cercato di rimediare con una cena tra amici alla Vigilia, ma non è stato curativo.

Tramonti a Sultanahamet

Nonostante tutto, cara Istanbul, sono trascorsi ormai tre anni da quando ci siamo salutate l’ultima volta e ogni giorno mi chiedo quando verrà il momento di tornare da te.

Questo momento ancora non è arrivato. Né tantomeno la persona da portare con me in questo viaggio. Già da tempo, la tua mancanza si fa sentire; ma si sa, la distanza è una brutta bestia in ogni relazione.

Io, nell’attesa, continuo a sognarti.

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