Londra: le nuvole veloci

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 Testimonianza inviataci da Elisa, Londra

Il 12 ottobre è il giorno della scoperta, non solo perché è la data della scoperta dell’America, ma anche perché coincide con la data della mia personale scoperta di un animo avventuroso che non sapevo di possedere.

La mia vita è iniziata felicemente in un piccolo paesino di quasi duemila abitanti che si chiama Gallo, nelle Langhe, una frazione di Grinzane Cavour, un posto che rimarrà sempre il mio posto preferito al mondo.

Mai nella vita avrei pensato di intraprendere un percorso che mi avrebbe fatto scoprire tante cose nuove e dato un’apertura sul mondo che spesso guardavo solo attraverso altri occhi o immaginandolo nella mia stanzetta dalle pareti azzurre.

In mezzo alle mie colline verdi, ricordo lo sconforto di dover aspettare quattro mesi prima di tentare il mio ultimo esame. La tesi era già pronta, rilegata e consegnata, mancava solo un piccolissimo tassello che mi avrebbe reso finalmente libera dalla pressione universitaria.

Una sera, quasi per scherzo, mia mamma mi consigliò di andare a Londra per migliorare il mio inglese. Non me lo feci ripetere due volte. Andai davanti al computer il venerdì, prenotai due voli di sola andata per il mercoledì successivo: uno per me e uno per mia mamma.

Dopo pochi giorni, insieme a mia mamma, ci trovammo in un nuovo Paese, che sarebbe diventato il teatro della mia vita per quasi cinque anni. Ma questo io, allora, lo ignoravo.

In questo viaggio scoprimmo la città, ricordo le lunghe passeggiate e il tempo londinese molto clemente durante quei giorni insieme. Dopo quasi una settimana di camminate e giri per trovare casa, per mia mamma era giunto il momento di andarsene. Ancora penso al viaggio in pullman per accompagnarla al suo volo di ritorno in Italia, risento ancora il nervosismo e la paura di rimanere sola in una terra straniera.

Uno dei momenti più forti della mia vita, rimane il momento in cui mia mamma, prima di lasciarmi, mi disse che chi parte non torna più.

Quell’affermazione mi colpì molto e non risposi, francamente non sapevo cosa dire. Dopo questo evento, da sola cercai di farmi forza, era giunto il momento di andare avanti per la mia strada. Dopo soli quattordici giorni dal mio arrivo, ero già sistemata e pronta ad affrontare questa esperienza, con l’angoscia di dover passare assolutamente a gennaio quell’ultimo esame, che era l’ultimo gancio che ancora mi teneva ancorata ad una vecchia vita sulla quale volevo assolutamente prendermi una rivincita.

Mi immersi completamente nella nuova realtà, volevo assorbirne il più possibile e migliorare il mio inglese in fretta.

Londra è una città estremamente stimolante: ogni angolo è diverso ed incontrare persone da ogni parte del mondo mi arricchiva, facendomi conoscere un mondo molto lontano dai miei preconcetti. Questa sete di conoscenza mi portò a cogliere ogni attimo per comprendere, non solo gli altri, ma anche la persona che conoscevo meno: me stessa. Piano piano acquisivo sempre più sicurezza e mi rendevo conto che, forse, ero migliore di quello che pensavo e, probabilmente, me la sarei cavata.

Dopo mesi di studio della lingua e dopo l’ultimo esame a gennaio, si concretizzava la fine del mio percorso universitario. Fortunatamente l’esame riuscii a passarlo e, con esso, anche a slegarmi dalla vecchia vita, che iniziava ad andarmi un po’ stretta, perché in quei mesi maturai sempre di più la consapevolezza che io volevo vivere a Londra.

Quel percorso che all’inizio era solo temporaneo, rappresentava invece un tassello importante per la mia esistenza.

Io non ero arrivata lì per caso, ma ero arrivata lì per restarci.

Alla fine, la frase di mia mamma prima di partire aveva senso. Mia mamma aveva intuito correttamente, e ci aveva visto lungo prima di tutti, anche prima di me stessa. Così mi buttai e decisi di restare. Alla fine non avevo nulla da perdere. Mi diedi massimo un anno, e se nulla si fosse concretizzato prima, ero pronta a ritornare a casa senza rimpianti.

Nonostante la diceria, trovare un buon lavoro all’estero non si rivelò poi così facile, sembrava che le porte a cui bussavo non volessero proprio aprirsi, ma non mi scoraggiai mai, ero pronta a bussare a tutte.

La prima porta che si aprì fu quella di un negozio di occhiali da sole.

Questa cosa, ripensandoci, mi fa sempre sorridere, ma sì, io ho venduto occhiali da sole nella soleggiata Londra ed ero anche brava. Proprio in quel periodo c’erano le Olimpiadi del 2012. Nonostante l’immensa pubblicità dell’evento, le strade di Oxford Street erano vuotissime. Ricordo l’altoparlante di una metro che urlava di fare attenzione e di prendere la metro a determinate ore per evitare code, ma di code neanche l’ombra.

Tra una vendita di un paio di occhiali e l’altro, non mi sono mai arresa, anzi ho continuato a bussare a tante, tantissime porte.

Dopo sei colloqui, di cui uno di gruppo e una presentazione, mi si aprirono delle porte dorate e meravigliose: quelle di Harrods.

Lavorare nel suo settore e-commerce fu un sogno. Mi immersi a capofitto tra i numeri, le vendite e la comunicazione, mi trovai a mio agio ed intuii che era quello che volevo fare nella vita. Perché, del resto, mettere insieme queste tre cose mi rendeva molto felice.

Dopo un anno era il momento di dirgli addio, perché ero riuscita ad aprire un’altra porta. A luci spente feci l’ultimo giro in tutto il negozio e arrivai nella mia stanza preferita. Mi sedetti sul pavimento e pensai che quel momento sarebbe stato l’ultimo a consentirmi di avere quella stanza tutta per me. Senza clienti, senza nessuno: eravamo solo io ed Harrods.

Il mio addio ad Harrods, comunque, fu una grande fortuna, perché al di là della mia nuova porta lavorativa, incontrai il mio grande amore. Un amore che, come un puzzle, mise insieme la mia trinità: le vendite, i numeri e il marketing. Si chiamava performance marketing.

In quegli anni, seguii numerosi progetti e, a crescere insieme ai miei marchi, crescevo anch’io, mi conoscevo più a fondo ed acquisivo ancora una maggiore sicurezza in me stessa.

Con questa nuova consapevolezza, la mia voglia di imparare ed emergere si faceva sempre più pressante.

Decisi così unire al mio lavoro full-time anche lo studio.

Studiavo e lavoravo ininterrottamente, arrivavo a casa a mezzanotte, stremata. Alla fine di un corso, ne intraprendevo un altro, e poi un altro ancora, fino a quando mi risultò inevitabile frequentare un Master in Marketing Digitale.

Nello stesso periodo, per imparare ancora di più, bussai a piccole porticine per avere lavoretti freelance. Come per magia una piccola azienda stava cercando un italiano madrelingua per seguire dei progetti di ricerca, e accettai immediatamente. Quella vita piena mi faceva sentire viva, ero un pozzo senza fondo, imparare non mi bastava mai.

Londra mi aveva avvolto in una bolla lavorativa molto forte: io ero il mio lavoro, non esisteva altro. Nei momenti finali di questa interminabile corsa, mi accorsi però che mi mancava qualcosa: stavo correndo, ma non capivo dove stessi andando. Ero in un mare in tempesta, a volte mi sentivo annegare, dovevo riuscire a prendere una boccata d’aria.

Non ero sicura che potesse esistere un’Elisa senza il lavoro: il mio lavoro lo amavo, ma era come se fossi un numero non vincente in una lotteria già estratta.

Volevo far parte di qualcosa di meno gerarchico, sentirmi un pezzo importante di un puzzle, ma dove potevo andare per sentirmi tale? Tra le numerose persone che incontravo, molti mi parlavano di un boom delle start-up a Berlino. Mandai un po’ di CV per farmi un’idea della situazione a Berlino e tra alcuni colloqui mi arrivò un’offerta vantaggiosa.

Non ero mai stata in Germania, sarebbe stato un altro salto nel buio, ma io ero abituata, e in più, ora mi sentivo pronta. Partii con il primo aereo verso la capitale tedesca per sondare il terreno, mi piacque e pensai che questa idea non fosse così male.

Ritornata a Londra, sempre con la mia immancabile mamma, chiusi in cinque scatoloni tutta la mia vita britannica. Gli scatoloni erano diretti a Berlino, ma prima sarei arrivata io insieme al mio immancabile valigione blu, lo stesso che mi accompagnò in questo incredibile viaggio durato quasi cinque anni.

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Puntai gli occhi al cielo di Londra per l’ultima volta.

Le nuvole bianche correvano veloci, proprio come le nuvole bianche che avevo visto quel 12 ottobre di tanti anni fa, e che mi avevano fatto emozionare. Solo che io ero diversa.

Avevo capito finalmente quale fosse la mia strada, ed ero pronta a percorrerla per realizzare i miei sogni.

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