Perché sono andata via?

giusy-singaporePerché sono andata via? E’ una domanda che ci facciamo spesso ma, anzitutto, oggi  voglio salutarvi con un “ciao a tutte!”

Mi chiamo Giusi, ho 32 anni e vengo dalla città con uno dei duomi più belli del mondo: Monreale, in provincia di Palermo.

Fin da piccola ho avuto ben chiaro che Palermo, la Sicilia, l’Italia in generale erano troppo strette per me e che alla prima occasione avrei spiccato il volo. Ho sempre sentito di non avere un legame forte con la mia terra (a parte col cibo) e ammetto che, a distanza di quasi un decennio, non ho mai sentito il richiamo della patria.

A 16 anni, dall’alto della mia spavalderia da adolescente, comunicai ai miei che dopo l’università sarei andata via. Ovviamente, non mi presero sul serio. Ma qualche anno dopo, alla tenera età di 23 anni, mantenni la promessa che avevo fatto principalmente a me stessa: era arrivato il momento di spiccare il volo.

Perché sono andata via?

Non l’ho fatto perché ero insoddisfatta o perché odiavo la mia famiglia. Il motivo era molto più semplice: volevo mettermi in gioco e vedere se ero veramente indipendente come credevo di essere. Avevo bisogno di andar via da una città che mi aveva sempre dato un senso di angoscia e staticità.

Da dove ho iniziato?

La mia avventura all’estero inizia come ragazza alla pari in Germania, in un paesino chiamato Jena, in Turingia, ridente regione tedesca famosa per i wurstel (e che novità direte voi!).

Direte voi: perché non sei andata a Londra come tutti? Perché io sono masochista! Tranquilli: ci sono andata dopo, ma per amore (non della città!).

giusy-gelatoPiccola premessa: gran parte della mia famiglia materna è in Germania (Ovest) e anche mia madre vi ha abitato per 22 anni.

Quindi era una scelta quasi obbligata. Ma visto che sono una strong and indipendent woman me ne sono andata nella parte Est.

Ricordo come se fosse ieri il mio arrivo a Jena.

Avevo preso un Flixbus da Berlino a Jena e una volta arrivata in stazione mi accorgo con sgomento che non c’era nessuno ad aspettarmi. Mi è crollato il mondo addosso: e adesso che faccio? Mentre mi disperavo e cercavo il miglior angolo sotto il ponte dove riparami per la notte, sento il rumore di una macchina avvicinarsi a velocita e frenare di botto accanto a me: era la mia gastmutter che mi era venuta a prendere. In quel momento ho capito che sarebbe stato un anno intenso.

L’esperienza a Jena è stata una delle più belle della mia vita: mi sono confrontata con tante persone, ho imparato una nuova lingua e una nuova cultura, ho trovato amici splendidi che mi ritrovo ancora oggi, a distanza di quasi 10 anni.

Lì ho capito che non sarei più tornata indietro: c’è un intero mondo da scoprire e vi sono tantissime culture da conoscere. Ma soprattutto, ho capito che sono estremamente adattabile!

Va dove ti porta… il prossimo contratto!

Dopo la Germania, ho raggiunto Andrea (che adesso è mio marito) a Londra e da lì abbiamo iniziato a mettere i mattoncini per costruire il nostro futuro.

Un po’ grazie alla sua carriera, un po’ grazie alla nostra intraprendenza, abbiamo vissuto in diversi posti: Singapore, Corea del Sud, Francia e a breve (luglio 2022) Filippine.

Dal 2016, in media ogni anno e mezzo, organizzo un trasloco intercontinentale.

Il mio sub-conscio lo sa e mi avverte con un incubo qualche mese prima che questo accada. Non scherzo!

Trasloco a parte, ogni esperienza è stata come una porta che si apriva su un nuovo mondo, in cui dovevamo riadattarci ed integrarci, sia lavorativamente che socialmente.

Ogni luogo ci ha segnati, nel bene e nel male, e ci ha preparati per la prossima avventura!

Il senso di colpa dell’emigrante.

Chi vede la vita dell’expat dall’esterno pensa sempre che sia tutta rose e fiori e che ci sia sempre un tappeto rosso ad attenderci ad ogni destinazione. Nessuno vede, però, tutte le limitazioni e i problemi.

Ho passato anni a combattere con il mio “senso di colpa” per andare lontano e lasciare i miei da “soli”. Ho perso amici strada facendo, ma ne ho acquisiti di nuovi, con cui poter condividere questo senso di colpa che ci accomuna.

La verità è che niente è semplice e niente è terribile: una esperienza è un mix di emozioni belle e brutte che, alla fine, la rendono unica.

Come dico sempre, andar via e rimanere (in un posto come la Sicilia, ad esempio) richiede la stessa dose di coraggio.

Il cibo è una lingua universale.

Durante il mio anno a Jena, ho capito che quello che mi rendeva felice era il cibo, non solo come alimento, ma come modo di comunicare.

Quando mi sentivo homesick o volevo dimostrare amore cucinavo per i miei amici. Quando avevo bisogno di sentirmi parte della cultura tedesca, mi cimentavo in qualche ricetta tipica.

Una volta trasferitami a Londra, ho iniziato a lavorare come cuoca perché volevo conoscere tutta la “macchina” dietro al piatto che ordinavo al ristorante. Spoiler: non è come a Masterchef!

Dopo 3 anni in ristorazione tra Londra e Singapore, il momento della svolta è arrivato in Corea, dove ho aperto un piccolo catering casalingo per far assaggiare la vera cucina italiana, quella genuina, che sa di casa. Ammetto con un certo orgoglio di aver riscosso un discreto successo nella comunità expat. Grazie ai miei piatti semplici e della tradizione italiana, sono riuscita a trasmettere il sapore di casa in un luogo così distante dalla mia cultura. E in un attimo mi sono sentita “a casa” io stessa.

Ma essendo una anima irrequieta, questo non mi bastava.

Nel 2019, grazie al supporto di Andrea, e mi lancio in una nuova avventura: un master in Food Design a Milano. Rimettersi in gioco in un contesto dinamico e in parte sconosciuto ha acceso la mia creatività e innalzato le mie aspettative. Ma poi è arrivata la pandemia, che ha spazzato via ogni voglia di mettersi in gioco e di imparare. Ma questo è per un altro racconto.

Queste poche righe introduttive riassumono in breve la mia vita da donna che emigra all’estero, ma ho tanto da raccontare e spero che continuerete a leggermi!

giusy -korea

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