Persone che non avranno mai un nome

occhio

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Lo stesso cammino, lo stesso marciapiede, gli stessi rumori, lo stesso volto: il suo.

Tutte le mattine nel cammino verso il lavoro lei è li ad aspettarmi, penso peccando forse di presunzione. Questa presunzione oggi mi porta a parlare di te, piccola donna senza nome protagonista, tuo malgrado, di questo mio racconto.

Due chilometri, una strada in discesa, viali alberati cangianti che seguono il corso delle stagioni. Verdi primavere, secche estati, autunni umidi… e ancora, inverni sorprendentemente soleggiati e gelidi.

Questa è Madrid, la vivo giorno dopo giorno da ormai 8 anni e quello che potrebbe sembrare routine è in realtà una piacevole scoperta quotidiana. Mi lascio affascinare dalla sua bellezza, ogni suo angolo mi trasmette calore familiare, rivedo in lei il mio “piccolo paese siciliano” con molte più case, molte più strade, molta più gente.

E tra quella gente, da ormai 4 anni, c’è lei. La ragazza senza nome.

Mi piace definirla così, e inserirla tra le persone che non avranno mai un nome, perché so che non è un caso isolato, so che come lei ne è pieno il mondo.

Tutte le mattine alla stessa altezza, sembra quasi un’ironia, o forse una strategia commerciale di chi decide per lei.

È seduta su una scatola di cartone, sempre nella stessa posizione, osservando chi all’interno dello Starbucks si coccola con una ricca colazione fatta di lunghi caffè e muffins disgustosamente industriali. Tranquilla, non ti perdi niente, vorrebbe dirle la parte di me che ama le tradizionali colazioni fatte di caffè latte e pane tostato con burro e marmellata, ma forse anche questo per lei sarebbe un lusso. Lei è li, quel corpo minuto, quei vestiti consumati dalla quotidianità, un foulard raccoglie i suoi capelli: mi chiedo se si possa chiamare foulard, magari potesse chiamarlo foulard e indossarlo con il glamour suscitato dal termine.

Un viso piccolo, allungato, una pelle color olivastra, due occhi verdi enormi, una tristezza infinita. Mi avvicino giorno dopo giorno, sono ormai a pochi metri da lei e mi piacerebbe poter evitare di guardarla per non provare quel sentimento di rabbia che  mi assale in maniera incontrollata. Mi piacerebbe poter essere indifferente, pensare che è una persona come tante altre, continuare il mio cammino senza sentire il bisogno di cercare il suo sguardo per dirle: “Hola”.

Ma non ci riesco. Lei è lì, cerca gli sguardi della gente, quella gente che persa nel suo daylife va avanti e indietro, spesso distratta dal suo più caro amico: il cellulare.

Sono ormai a pochi passi e sento già il suo sguardo su di me, cercando disperatamente il mio, aspettando di trovarlo per regalarmi un timido sorriso e un silenzioso saluto, sì, perché il rumore della capitale alle nove del mattino è assordante ed io riesco a mala pena a percepire quel suo “Hola”. La mia unica speranze è che lei  sia riuscita a sentire il mio, quasi lo grido.

Continuo il mio cammino e un turbine di domande mi assale. Chi sarà quella ragazza? Perché è li? Come sarà la sua vita quando non è seduta su quella scatola? Chi decide per lei? Perché qualcuno decide per lei? Il momento peggiore è quando le domande lasciano spazio alle riflessioni e arrivo a una sola conclusione: so che nel momento in cui ha trovato il mio sguardo, un modesto sorriso ha sfidato la sua riservatezza, ma quello che le ho dato è stato solo meno indifferenza.

Credo che in termini di ingiustizia la mancanza di libertà personale sia seconda solo alla morte.

Ci è stata data solo una vita, dovremmo tutti poterla vivere liberamente, dimostrare di meritarla, lottare per migliorarla. Ma non è così. Passiamo le nostre giornate seduti su comodi sofà, vestiamo abiti di marca e litighiamo con chi non condivide le nostre idee, lamentandoci di quella felicità che non riusciremo mai a raggiungere, perché l’uomo libero sembra destinato a essere l’eterno infelice.

Abituati alla comodità e alla ricchezza di una vita quotidiana fatta “solo”di libertà, dimentichiamo che intorno a noi ci sono persone senza nome che vestono abiti consumati, passano le loro giornate sedute su una scatola di cartone, si rallegrano per un semplice “Hola” e pagherebbero per poter avere una quotidianità in cui la parola “libertà” non fosse così scontata.

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Persone che non avranno mai un nome: storie di vita quotidiana

 

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