psicoterapia-di-gruppo

La psicoterapia di gruppo

La psicoterapia di gruppo

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L’articolo di oggi è un poco particolare e tratterà la psicoterapia di gruppo. A tal proposito, uniamo due concetti: la terapia di gruppo e l’approccio interpersonale. Lo scrivo qui perché spesso si sente parlare di psicoterapia individuale ma non ci si rende conto di quanto i gruppi possano dare al singolo.

Nel nostro immaginario collettivo si pensa spesso alla terapia a come noi, distesi su un lettino, che parliamo con uno psicoterapeuta. Ma la psicoterapia ha diverse facce ed è importante conoscerle tutte.

Se parliamo di approccio interpersonale alla terapia di gruppo dobbiamo tenere presenti due elementi: l’importanza del gruppo e il qui e ora.

Perché la terapia interpersonale serve così tanto?

Ecco una lista di motivi, che non vengono chiaramente dalla mia esperienza personale ma da quello che grandi psicoterapeuti sostengono. Incominciamo da quello che dice Yalom e dal suo lavoro con i gruppi.

Irvin David Yalom è sicuramente un fautore del modello interpersonale come modello terapeutico ed ha lavorato nell’ambito della psicoterapia gruppale.

Insomma detto chiaramente è uno dei pilastri del mestiere.

Fattori fondamentali per la riuscita della terapia sono la speranza, l’idea che non si è unici nella sofferenza. Quindi è l’idea di universalità che deve emergere, cioè il fatto che la sofferenza psichica è di molti. Anche l’informazione, ovvero proprio l’istruzione didattica, serve.

Serve imparare come funziona un gruppo.

Sembra banale ma l’altruismo aiuta se stessi e gli altri. Sapere che si è utili per qualcuno serve a se stessi e agli altri. Quando si è parte di questi gruppi si possono esperire forti emozioni; a volte, vi è proprio la ricapitolazione correttiva del gruppo famigliare. Si impara anche a partecipare in un gruppo: la socializzazione ci aiuta a sperimentare e a sviluppare capacità che forse non abbiamo sviluppato in precedenza. Infatti si possono acquisire metodi di risoluzione di conflitti.

Il gruppo potrebbe inoltre servire da modello al paziente, ovvero potrebbe fornire modalità relazionali che si possono osservare e in caso imitare.

Noi siamo sicuramente animali sociali e quindi l’apprendimento interpersonale non va sottovalutato.

In un gruppo si attua. A volte vediamo il mondo con degli occhiali deformati, e questo fenomeno prende il nome di distorsioni paratattiche. In un gruppo potremmo riuscire a vederle. In un gruppo si confrontano le nostre convinzioni con quelle degli altri, e magari proprio questo scambio ci aiuta a vederle per quelle che sono.

Il gruppo, infatti, sviluppa l’auto-osservazione. Mica male!

Poi vi è la coesione del gruppo, che equivale all’alleanza terapeutica tra terapeuta e paziente/cliente. In questo modo si sente che si appartiene a qualcosa. Anche accettazione e approvazione del gruppo giocano un ruolo importante, il che ci aiuta a cambiare. Insomma, se ci sono modalità di relazione particolari. Poi si deve parlare di catarsi sicuramente, vecchio concetto greco, in questo caso forse un pochino modificato.

Insomma in un gruppo di persone di cui ci fidiamo riusciamo ad esprimere noi stessi in un modo o nell’altro, i nostri sentimenti. Poi in un gruppo parliamo anche delle questioni esistenziali, come la morte e la vita. Ed è qualcosa da non prendere sottogamba, ne abbiamo bisogno.

Va detto poi che il gruppo attiva meccanismi di cambiamento che non si attivano in una sessione individuale.

In tutto questo discorso non ho sottolineato abbastanza l’importanza del qui e ora.

Nel gruppo si comprendono le ragioni per cui il modo relazionale non funziona proprio mentre si è nel gruppo. Non è solo una questione pratica ma c’è tutto un mondo teorico dietro. Attraverso i commenti del gruppo riusciamo a migliorare la nostra efficacia personale, cambiamo il modo di porci in relazione con gli altri, ma come mai?

Questo non è dovuto solo al fattore coesione, ma anche ad un processo molto più complesso che ha le sue basi teoriche in quello che dice Harry Stack Sullivan: la nostra rappresentazione individuale emerge come riflesso dalle valutazioni di altri significativi. Quindi quando siamo bimbi si forma il tutto, riflesso di quello che gli adulti credono. Questi riflessi introiettati determinano credenze e aspettative e quindi modi di comportarsi.

Immaginiamo la situazione che queste persone importanti non siano sintonizzate con il bambino e tutte queste emozioni negative circolino nel rapporto. Tutti questi sentimenti sono ansie intense e sentimenti disorganizzati; vengono chiamate dall’autore “sentimenti non-me”, che hanno delle conseguenze a dir poco non positive a livello relazionale. Poi questi “sentimenti non-me” ed esperienze ce li portiamo dietro come un fardello tutta la vita, ed è quello su cui poi basiamo come costruiamo le relazioni, o meglio, i pattern relazionali. Sono degli schemi che ci portiamo dietro.

Poi se volete controllare la letteratura specifica di schemi cognitivo relazionali ne parlano due autori, Safran e Segal. Proviamo a definire questi “sentimenti non-me”. Sono delle credenze patogene su cui noi basiamo il nostro edificio di relazioni. Nel gruppo e nel qui e ora si interrompono questi circoli assurdi. Il gruppo ci aiuta, grazie alla coesione sociale e all’apprendimento interpersonale.

Il gruppo è un microcosmo sociale e s’impara di più da molti individui insieme che da uno solo.

Un altro termine importante è MOI, che non è il miagolio di un gatto, assolutamente no, significa “modelli operativi interni”. Qui si ribadisce lo stesso concetto di prima: sono le esperienze di noi bambini, che le costruiscono. Bambini con attaccamento sicuro sono in grado di regolare l’ansia meglio, quelli con attaccamento insicuro nemmeno cercano le figure primarie in caso d’ansia oppure non esplorano, rimanendo fisicamente attaccate a queste. Questo attaccamento ci condiziona sempre, tutta la vita.

Vediamo le relazioni: siamo innamorati e in una relazione sentimentale. Abbiamo un attaccamento sicuro: allora la relazione va di più. Abbiamo meno paura di essere lasciati. Attaccamento ansioso: grande paura di essere feriti. Non solo questo, siamo un grande pendolo in questo caso: vogliamo stare vicini ma abbiamo paura del rifiuto, e questo perché nella nostra mente gli altri sono inaffidabili. Ma lo sono tutti? Se il nostro attaccamento è stato di tipo evitante, allora cerchiamo di evitare gli altri, che anche in questo caso sembrano inaffidabili e bisognosi. Come facciamo a cambiare? Strutturiamo nuovi legami che ci mostrano un mondo diverso.

Vediamo lo stile di attaccamento in un gruppo? Non sono mai io a rispondere, mi rifaccio sempre a lavori di psicoterapeuti molto più in gamba, studiosi del tema. In questo caso mi pare ricordare un articolo del 1999 di Smith, Murphy e Coats sottolineasse come la comprensione dell’attaccamento dell’adulto fosse importante per capire come un adulto si lega al gruppo. Anche l’attaccamento al gruppo può essere di due tipi: ansioso e evitante. Chi ha quest’ultimo tipo di attaccamento come si comporta in gruppo? Vede il gruppo e la sua vicinanza non necessaria, insomma la evita. Chi è ansioso, evita il gruppo e si sente incompreso.

Quindi le persone con un attaccamento evitante hanno una negativa percezione degli altri e quelle con attaccamento ansioso hanno una percezione negativa di sé.

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