Quando i numeri fanno la differenza

Testimonianza inviataci da Serena, Australia.

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Questa storia l’ho raccontata talmente tante volte che, nel farlo, devo aver  via via semplificato sempre più.

Alla fine mi riduco sempre a dire che, appena compiuti i 30 anni, in Italia  hanno smesso di chiamarmi per i colloqui di lavoro.  Perché in età da figli, penso tra me e me.

Ma, se conto bene, di anni ne avevo 29 e questo – certo – non cambia niente ma quel 2 davanti rende il tutto ancora più aberrante e ridicolo.

La  ditta dove lavoravo quando ancora vivevo in Italia era fallita una settimana dopo essere rientrata dal viaggio di nozze.

Io non mi ero persa d’animo di fronte a quel contratto a tempo indeterminato che mi veniva strappato via, perché avevo sempre trovato un’occupazione e, nel frattempo, avevo pure studiato laureandomi durante il mio soggiorno  in Scozia.


Un posto di lavoro, per me, ci sarebbe sempre stato, pensavo.

serena-pannelloMi sbagliavo e me ne accorsi il giorno che il telefono finalmente squillò, dopo mesi di insolito silenzio. Prima, il lavoro mi era sempre saltato addosso.

Era una agenzia interinale che mi invitava ad un colloquio di gruppo, aberrante metodologia che ti vede lottare per un solo posto disponibile, sfoderando le tue qualità di fronte ai tuoi competitors. Non troppo da sembrare un odioso pavone multicolore ma neanche troppo poco da sembrare senza polso.

Aberrante era anche il salario: proponevano, infatti, un rimborso spese per fare quello che era stato a lungo il mio lavoro nel settore informatico. Con la promessa, però, di riconsiderare il contratto da lì… a tre anni.

Uscii fuori stranita, come avrei fatto con il mutuo?

Era l’unico colloquio fatto in almeno due mesi, quindi volevo quel posto e, dopotutto, in tre anni – forse in tre anni – mi avrebbero assunta.

Ma come avrei mangiato nel frattempo,  esattamente?

La testa faceva mille viaggi del tutto inutili, visto che non mi richiamarono neanche.

Io, e questa è la prova della follia di quei giorni, sentii di aver perso una occasione. A 29 anni e sposata, non andavo improvvisamente più bene neanche per fare un lavoro che conoscevo bene e altamente richiesto nel settore dell’ IT, con un rimborso spese da meno di 500 euro.

Quale era esattamente in mio valore, per il mercato del lavoro?

Poi, fu la volta dell’Australia.

I miei trentuno anni li ho compiuti in quel continente.

Ero stata tutto il giorno a fare una prova non pagata per un lavoro di cameriera, mestiere che non avevo mai fatto prima e non per snobberia, ma perché non mi avevano chiamata neppure per quello. In Italia, dopo i fatidici “29”, avevo provato anche quella strada man mano che la disoccupazione veniva meno e la rata del  mutuo rimaneva la solita di sempre.

A Melbourne ero arrivata da meno di dieci giorni con il mio Working Holiday Visa e per quella prova mi avevano chiesto, per cominciare, di lucidare le posate (to polish) ed io pensavo che stessero arrivando dei polacchi (Polish).

Avevo fatto del mio meglio, ero corsa come una pazza e tante ore dopo ero uscita di lì con il viso inumidito dal sudore ma poche speranze. Il cellulare non funzionava, non sapevo in che direzione andare ed era buio. Salii su un taxi con un ragazzino che aveva il turno con me – e  confesso che senza di lui non so come sarei tornata a casa, quella volta lì – . Per questo pagai io la corsa, anche se non potevo permettermelo.

Arrivai a casa e mio marito mi corse incontro uscendo fuori dalla porta principale: pensava mi fosse successo qualcosa perché mancavo da ore, ero irraggiungibile per colpa di quel cellulare rotto e  causa di  quella prova di lavoro non pagata che sarebbe dovuta durare solo 3 ore.

Mi ricordo il suo abbraccio e il suo augurarmi “buon compleanno”  lì, in mezzo alla strada: compivo 31 anni quella sera.

Eravamo soli, dall’altra parte del mondo.

canguro
Sono passati quasi sei anni da quel giorno, da quando cioè ero una straniera abbastanza sfruttata nella terra dei canguri, piena di voglia di fare ma anche di paure e con una conoscenza della lingua che non bastava  essere chi volevo.

Sappiate però, care donne che emigrano, che come per tante di voi quello non fu che uno dei primi passi, in una scalinata impervia che mi ha portata a laurearmi di nuovo, e gratuitamente!

Trovando qui il lavoro dei miei sogni e tanta speranza per il mio futuro.

Mi chiamo Serena, ho 36 anni, un matrimonio bello e posso lavorare.

Certo però, va detto che  sono sicura che “il lavoro” avrei potuto farlo anche a 29.

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