QUEL VENERDÌ 13 NOVEMBRE

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Non mi avete fatto niente, non avete avuto niente perché tutto va oltre le vostre inutili guerre (Fabrizio Moro, Ermal Meta)

Parigi, Venerdì 13 Novembre 2015. 

Una data che da sola incute timore perché da sempre considerata un presagio di sfortuna. Ma io quella data la ricordo per ben altri motivi, i quali poco c’entrano con la sfortuna e con la scaramanzia.

Un mite Venerdì sera di metà novembre: come ogni weekend mi appresto a passare un momento piacevole con gli amici dopo una lunga e stancante settimana di lavoro.

Avevo sentito il mio ragazzo di allora nel pomeriggio, in modo da organizzarci. Inizialmente gli propongo di andare a bere qualcosa dopo cena in zona Oberkampft / République, una delle più gettonate e movimentate. Più tardi, lui mi chiede di raggiungere alcuni amici in un bar proprio accanto alla Cattedrale di Notre-Dame.

E chissà quale santo o chi per lui mi ha detto di accettare.

Ci si incontra, ci si saluta, si scambiano due parole parlando del più e del meno, come ogni weekend. Parigi sembra molto tranquilla, meno affollata del solito, complice anche l’amichevole Francia – Germania che si svolge al noto Stade de France.

All’improvviso uno di noi comincia a leggere sui social qualcosa di strano: pare ci sia stata una sparatoria nella vicina Saint Denis, proprio in prossimità dello Stade de France. Sicuramente la solita bravata di periferia, Saint Denis dopotutto non è certo una delle banlieues più tranquille e sicure.

Poco dopo, veniamo a sapere di una violenta fucilata nell’11esimo arrondissement, proprio là dove saremmo dovuti essere quella sera. Per un pelo non ci siam trovati in quel gran trambusto!

Direte voi: Parigi ha i suoi pericoli, questi fatti non sono estranei alla cronaca della capitale francese. Lo penso anch’io, finché non prendo il cellulare ed inizio a ricevere notifiche e messaggi a centinaia, anche e soprattutto dall’Italia:

– Chiara, dove sei?; Torna subito a casa; Faresti bene a prendere il primo bus e correre a casa; Non rimanere in giro, è pericoloso”-.

Non capisco, davvero non capisco. Perché allarmarsi tanto?

Comincio davvero a capire solo quando i camerieri del bar ci invitano a lasciare la terrazza per accomodarci rapidamente all’interno. Per poi chiuderci dentro, con le saracinesche abbassate. 

A quel punto la tensione comincia davvero a salire.

Tremo, piango, non sono affatto tranquilla. Situazioni del genere mi creano panico. I miei amici sembrano più tranquilli, cercano di rassicurarmi, ma i loro volti impalliditi parlano da soli.

Nel frattempo il mio cellulare sembra impazzire: chiamate senza risposta a non finire, messaggi innumerevoli, i miei genitori che mi implorano di rispondere subito.

La notizia sta già facendo il giro del mondo, è già arrivata anche in Italia.

Tre attentati.

Uno scenario da guerra mondiale.

Il numero di vittime sale progressivamente mentre le false notizie, purtroppo, iniziano a girare. Sembra che gli attentatori siano vicini a Notre-Dame, alla centralissima e trafficata zona di Chatelet.

Inizio a piangere, a tremare, ho i battiti a mille e l’affanno. Non desidero neppure tornare a casa, tutto ciò che voglio è soltanto rimanere viva.

Neanche il vano tentativo dei camerieri di informarci e rassicurarci serve a molto:

“Signori, siamo in stato in emergenza. Vi preghiamo di mantenere la calma ed ascoltare. Ci sono stati degli attentati in città. Fino a nuovo ordine vi terremo qui “.

Non ho mai avuto così tanta paura in vita mia. Non faccio altro che tremare, in silenzio ed a occhi chiusi, mentre abbraccio forte il mio ragazzo ed i miei amici.

Si fanno le 2 del mattino. Le saracinesche del bar finalmente si aprono e ci viene consigliato di tornare a casa nel minor tempo possibile.

Il quartiere latino di Parigi è irriconoscibile. Luci spente, vicoletti deserti, appena popolati solo dai “superstiti” di quella orrenda serata che, come formiche impazzite, cercano il mezzo più rapido per rincasare.

Nessuno sul vicinissimo boulevard Saint Michel; solo ambulanze e auto della polizia, e qualche affollatissimo bus notturno che, per fortuna, mi conduce rapidamente a casa. Finalmente a casa.

Sul quel bus c’è un ragazzino con la sua famiglia, di ritorno dallo stadio. Come dice il suo papà, se non altro quell’amichevole Francia-Germania se la ricorderà per tutta la vita.

È la notte tra il 13 ed il 14 Novembre 2015.

Una notte insonne tra i corridoi luminosi e rassicuranti della Cité Universitaire.

Io ed i miei vicini di stanza passiamo ore svegli a seguire le notizie in TV. Alcuni amici che sono qui per cena si fermano per la notte. Intanto, il numero di vittime sale a 40, e tende sempre all’aumento. Un misto di dolore, rabbia e disprezzo mi pervade. Ci sono anche degli italiani tra le vittime, ragazzi come me, studenti, ricercatori. Potevo essere io, potevano essere i miei amici. Sono impaurita, affranta, arrabbiata.

Come può l’essere umano arrivare a tanto, se umano si può chiamare?

Non potrò mai dimenticare il viso pallido e basito di Julien, il mio vicino libanese. Lui era là, proprio allo Stade de France, e quella sera no, non sorride, lui che ha sempre un sorrido stupendo in volto. Sembra impietrito, non dice una parola. L’unica cosa che riesce a dire è: “Strana la vita… ho lasciato Beirut per sentirmi più al sicuro, e adesso mi sento più in pericolo che a casa mia”.

Mon cher Julien, ti capiamo. Ci siamo sentiti tutti in pericolo.

Per due settimane non riesco ad uscir di casa, se non per andare a lavorare. Passo notti insonni. Le persone intorno a me non sono le stesse, lo si legge nei loro volti. Parigi non è più la stessa, il clima di tensione è inevitabile.

I vari “minuti di silenzio” dedicati delle vittime sono spezzati dal mio pianto. Se riesco ad andare avanti è solo grazie al sostegno e alle parole di conforto degli amici, che spesso si rivelano la nostra seconda famiglia, soprattutto quando si è lontani da casa.

Sono passati 4 anni. Dopo 4 anni Parigi è ancora qui. 

Resiste, si spezza ma non si piega.

A distanza di anni il ricordo di quella notte maledetta è ancora vivo nella mente di chi l’ha vissuta, direttamente o indirettamente.

Perché Parigi non molla. Dopotutto il suo motto è Fluctat nec mergitur: è sbattuta dalle onde, ma non affonda.

Ha ancora tanto da offrire ai suoi cittadini e ai numerosi turisti che vengono ad ammirarla. Nonostante le ferite ed il clima di tensione, è sempre la città dell’amore, della musica, dell’arte, della tolleranza e del multiculturalismo. Non si è piegata alle minacce ma, nonostante i suoi problemi, è risorta come la Fenice e ha continuato ad essere ciò che è.

Ma nel frattempo ricorda sempre quel giorno, non ha la memoria corta e nemmeno io ce l’ho.

Io ricordo sempre e non mollo, vado avanti nonostante tutto. Perché, come recita una canzone “Non mi avete fatto niente, non mi avete tolto niente”.

La nostra vita va avanti. Parigi non dimentica, io non dimentico.

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8 commenti
  1. Guya Giuliani
    Guya Giuliani dice:

    Carissima,
    le tue parole mi hanno fatto rivivere quel drammatico momento. Per giorni ho fatto incubi e per giorni abbiamo lavorato da casa. Sembrava di stare in guerra. I giorni seguenti nella mia via, in pieno centro c’era un’atmosfera surreale. Quanto dolore, quante lacrime. Ma come dici tu “Dopo 4 anni Parigi è ancora qui.
    Resiste, si spezza ma non si piega”…

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    • Chiara - Parigi
      Chiara - Parigi dice:

      Cara Guya,

      ti capisco benissimo, per me è stato lo stesso.
      Ma, come scrisse Antoine Leiris nella sua bellissima lettera : “Vous n’aurez pas ma haine”. Andiamo avanti e non diamo loro la soddisfazione di odiarli, dopotutto è proprio ciò che vogliono : usare l’odio per creare odio.

      Chiara – Parigi

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    • Chiara - Parigi
      Chiara - Parigi dice:

      È stato davvero orribile, ma siamo ancora qui.
      Per fortuna la paura non ha bloccato la nostra voglia di andare a cena fuori, ai concerti, a ballare, a prendere l’apéro sulle terrazze parigine. Parigi è e deve restare la città della vitalità. La sola cosa che possiamo fare per contrastare l’odio e il terrore è amare la vita e amarci il più possibile !

      Chiara – Parigi

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  2. danilo
    danilo dice:

    senza parole, come noi quella sera davanti alla TV e ai TG impazziti.
    Sono momenti che in un modo o nell’altro lasciano segni indelebili cambiando il nostro approccio alla vita reale. tristezza!

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  3. Silvia-Lille
    Silvia-Lille dice:

    Ehi Chià,
    Ti capisco sai. All’epoca vivevo in Turchia e non passai situazioni proprio rosee… Sono sensazioni che solo chi le prova può davvero capire. Un bacio grande,
    Sil🤗

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