L’espatrio: una questione di equilibrio

uomo-equilibrio-tramonto

Un corpo è in equilibrio stabile se, spostandolo di poco dalla sua posizione, tende naturalmente a ritornarvi.

Un corpo è in equilibrio instabile quando, scostandolo di poco dalla sua posizione, tende ad allontanarvisi ancora di più.

Infine un corpo è in equilibrio indifferente se, spostato di poco dalla sua posizione, rimane stabilmente nella nuova.

Ero a casa di Virginia ed eravamo appena andate a ritirare le pizze da Salvo, alla Romantica. È strano perché il loro impasto mi rimane sempre sullo stomaco, ci metto almeno mezza giornata per digerirlo e un’altra mezza giornata per liberarmi dalla pesantezza. Nonostante ciò non riesco a farne a meno. Sarà che ogni volta che entro in quel posto mi sento un po’ a casa, oppure sarà il vino gratis o i sorrisi stampati di chi ci lavora, instancabilmente, da ormai tanti anni.

Stavamo mangiando, mentre leggiamo la notizia “confini chiusi”.

– Cosa facciamo per Pasqua? Ho giá prenotato il volo.

– Figurati! Per Pasqua li riapriranno, non possono mica rinunciare a tutti i turisti che vanno in montagna. Il Dio denaro ci salverà come sempre.

*dicevamo

Non ho vissuto questa pandemia con paura o agitazione. Egoisticamente parlando sono stata contenta di essere in Germania e non a Milano nel momento in cui i numeri si sono rivelati spaventosi, giorno dopo giorno.

Ma io non sono egoista, quindi il mio inconscio ha cominciato piano piano a farsi più invadente nel mio quotidiano.

Ho avuto paura di ricevere quel messaggio, quella chiamata. La sera andavo a letto e la mattina mi svegliavo con quel pensiero. Accenderò il telefono e ci sarà quel messaggio. Per non farmi trovare impreparata, cercavo di battere la mia mente sul tempo. Chiamavo i miei genitori più volte al giorno. A volte con una scusa. “Ci siamo sentiti prima Giuli cosa c’è?” – “Sì mamma scusa, mi son dimenticata, ti ricordi quella fiera in Indonesia? Ecco, l’hanno cancellata, meglio no?”

Pensavo che se dovesse succedere qualcosa l’avrei scoperto in maniera attiva, che se avessi giocato di anticipo mi sarei risparmiata il dolore dell’effetto a sorpresa.

Le mie paure in questi mesi sono state racchiuse in un cellulare sempre acceso, giorno e notte.

Poi è arrivata la fase del bombardamento mediatico, dove basta un attimo per perdersi. Anche io mi sono persa, nei meandri delle fake news, dei commenti osceni, delle guerre a chi ha meno contagi.

Tutto ciò dimenticandosi che in Lombardia era come se cadesse un aereo, o due, o tre, ogni giorno, per svariate settimane.

Solo dopo aver letto che io “sparo a zero sull’Italia e non la sostengo” solo perché mi informo e condivido notizie assai veritiere quanto tristi, ho deciso di fare una cosa: smettere di leggere. Voglio informarmi? Guardo il telegiornale locale, poi guardo quello italiano, una volta al giorno, fine.

Volete la mia opinione? Solo se mi verrà espressamente chiesta. Non spendo un secondo di più del mio tempo, non spreco un movimento neurologico per convincere nessuno di niente, perché è evidente che, essere dall’altra parte delle Alpi, fa automaticamente di te un nemico senza cuore.

Alla fine, è tutta una questione di equilibrio.

Il 31 Maggio sono stati sei anni dal mio espatrio.

Una risatina isterica mentre lo scrivo.

È stato un po’ come spegnere una candela fra i polpastrelli del pollice e dell’indice. Devi andare decisa, inumidirle e zac! Più ci vai giù piano e delicatamente, più farà male.

In sei anni ho cambiato tre case, due lavori (senza contare quelli per arrotondare), intrapreso una relazione, una convivenza, comprato un criceto, una bicicletta, due paia di pattini, tolto due nei, fatto due otturazioni ai denti, innumerevoli biglietti aerei, viaggi intercontinentali e affrontato una pandemia. Non voglio immaginare cosa potrebbe succedere nei prossimi sei.

E non voglio nemmeno fare discorsi tipo “cosa direi alla me stessa di sei anni fa?”, onestamente chissenefrega. Se c’è una cosa che ho imparato, è che ogni giorno siamo una versione diversa di noi stessi, sta a noi capire se migliore o meno e agire di conseguenza. Quindi perché parlare alla me del passato? Piuttosto parlerei alla me del futuro.

Questi sei anni per me sono stati una continua ricerca del mio equilibrio, l’applicazione perfetta del principio dell’energia potenziale dei corpi.

Cosa succede quando ci si sposta?

Ci si pente. Non si riconosce il movimento come proprio e si corregge, tornando al punto di partenza.

Oppure si usa questo movimento per farne subito un altro e non fermarsi praticamente mai, perché non si sa più cosa significhi restare?

L’alternativa ultima è adattarsi alla nuova posizione, per rimanerci. La si decora, la si rende propria, piano piano, un pezzettino alla volta. Come un puzzle, lasciandosi guidare dalle nuove onde, oscillando con loro, per poi fermarsi.

Ecco, io dopo sei anni mi fermo.

Ma non mi fermo per restare immobile, mi fermo ad osservare. Mi fermo a riflettere, in un momento così difficile e buio, incerto, altalenante e se vogliamo anche un po’ inquietante.

Mi fermo, nel mio equilibrio indifferente, e mi vedo stare in piedi da sola. Senza impalcature, come un castello di carte, quando posi l’ultima e ti allontani per vedere se si disfa o è stabile.

E da quel momento tutto quello che fai sarà difenderlo, dagli spifferi, dagli urti e dalle vibrazioni che arrivano da ogni parte, consapevole del fatto che, alla fine, è tutta una questione di equilibrio.

uomo-solo-piazza

6 commenti
  1. Cinzia Gallastroni
    Cinzia Gallastroni dice:

    ciao Giulia
    in questo momento ci siamo fermati tutti .
    Un equilibrio precario , che spero non ci faccia cadere troppo in basso
    Interessante la tua visione del espatrio e del momento
    Bru

    Rispondi
  2. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    Cara Giulia,

    dalla Francia mi ritrovo in TUTTO, e per me ben presto saranno sette anni. Per alcuni noi siamo “nemiche della patria” ormai, ma appunto chissenefrega. Mentre gli altri non fanno che postare foto su quanto siano brutte le frecce tricolore francesi, io penso a quanto sono contenta, in fin dei conti, di aver passato la quarantena in Francia per 1001 motivi.
    Buon expatversario!

    Rispondi
  3. irina pampararo
    irina pampararo dice:

    Beccato il punto!
    Come se il tuo allontanamento dal Bel Paese ti togliesse il diritto di pensiero, opinione, cuore e passaporto.
    Tu il Bel Paese lo “sostieni” in silenzio ogni giorno, rappresentandolo in modo coscienzioso e intelligente. Perché il tuo ruolo altrove e’ di “ambasciatrice” e sei conscia che il tuo comportamento non rappresenta solo te stessa ma anche il tuo essere Italiana.
    Spalle forti, sguardo dritto ed Equilibrio, appunto.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi