“Questo femminismo spagnolo”

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Ormai lo sappiamo tutti.

Da quando nelle nostre vite è arrivato il “Me too”.

Il movimento “Me Too” è una campagna femminista nata per denunciare le molestie e le violenze contro le donne, soprattutto sul posto di lavoro.

La campagna “Me Too” inizia dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein.

Da quel momento, Ottobre 2017, le parole “me too” diventano virali, si estendono da un capo all’altro del mondo, le donne si stringono in questo hashtag e raccontano il loro “è successo anche a me”. Qualsiasi cosa sia stato: un commento volgare sul posto di lavoro, una violenza carnale da voler dimenticare che è ancora viva sulla pelle. Il me too non cancella, non fa dimenticare, non cambierà le leggi. Il me too rende solo più forti, più consapevoli che è successo ad Hollywood e può succedere ovunque. Che non esistono mondi dorati e puliti, che non esistono terre escluse o isole privilegiate per noi donne.

In Spagna, paese in cui vivo, i casi di violenza sulle donne sono infiniti.

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Nell’ultimo anno in tutto il paese si sono svolte manifestazioni di protesta per i diritti delle donne e contro sentenze giudicate ingiuste rispetto a casi di abusi verificatisi in varie città spagnole.

L’ultima volta la ribellione spagnola è esplosa online: Laura Luelmo, una professoressa di 26 anni viene uccisa dopo aver subito una violenza carnale nella periferia di Huelva. Laura usciva di casa con leggins e scarpe da ginnastica, voleva fare jogging. Gli hashtag dei giorni successivi all’omicidio sono tutti per lei #niunamas (neanche una in più), i post e le immagini che girano sui social sono potentissime: “Tornando a casa vogliamo essere libere non coraggiose”, “Scusate ma ci stanno assassinando”.

Le donne spagnole fanno così: si identificano, scendono in strada a manifestare, espongono  la loro posizione sui social. Pensano che sia un modo di combattere per tutte e per ciascuna.

A Barcellona la cultura del quartiere è molto diffusa: far parte di un quartiere è molto di più di viverci e basta, è appartenere ad una determinata comunità. Ogni anno si festeggiano i compleanni dei quartieri con eventi e festival organizzati ad hoc.

Lo scorso Settembre vado alla festa della “Barceloneta”, quartiere del mare di Barcellona.

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Accanto al palcoscenico costruito di fronte la spiaggia, un bar/gazebo con tende bianche. Ordino una clara (birra con limone), noto che tutte le bariste sono donne. Pago il mio conto, la barista insieme al resto in monete mi regala delle spille rotonde. Su ogni spilla c’è scritto “NO ES NO”, lo sfondo è viola, le parole sono in grassetto a lettere bianche. Dico alla barista che sono molto carine, me ne da altre cinque, mi dice “per le tue amiche, è importante che le indossiamo tutte”. Quel “no è no” scritto sulle spille vuol dire che le donne hanno il diritto di dire di no e che i no valgono esattamente come i sì, non un centimetro meno. Devono essere rispettati.

Ho dato le spille alle mie amiche, ne ho tenute due: una è attaccata sullo zaino di yoga, l’altra è sulla mensola dei libri, appoggiata su le “Notti bianche” di Dostoevskij.

Oggi, 8 Marzo, non scrivo per festeggiarci, lodarci, dire quanto siamo brave, multitasking, coraggiose, capaci a ricominciare, cambiare continente, rivoluzionare, amare. Scrivo per unirci e per dire a tutte: “qualsiasi battaglia, piccola o grande stiate combattendo, non siete sole”.

Ci sono state donne che con le loro idee, non hanno solo fatto una rivoluzione ma hanno ampliato i confini interiori di altri milioni di donne. Abbiamo il dovere di continuare ad estendere questi confini, fino ad un punto infinito. Infinite, come noi”.

Donna non si nasce, lo si diventa”.

Simone de Beauvoir.

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