Da Roma al monopattino elettrico, se spostarsi non è più un film horror
trottinette-piazza

Sono tanti i motivi che mi hanno spinta a lasciare l’Italia. Alcuni, li conoscete già.

Altri, che potrebbero risultare all’apparenza di poco conto, in realtà col passare del tempo son diventati sempre più rilevanti. Primo tra tutti: la mobilità, la facilità negli spostamenti.

La mia prima relocation risale al 2007.

Sbarcavo a Parigi, e uno dei compiti più tediosi, perlomeno per una neofita, era stato quello di metabolizzare la molteplicità di linee della metropolitana per poterne usufruire a dovere. E senza fermarsi ad ogni maledetto cambio, cercando con disinvoltura di aprire l’elefantiaca mappa. Senza venirne risucchiata né dare troppo nell’occhio.

Qui a Lione, le linee della metropolitana non sono tante quante quelle parigine, ma ci si può spostare facilmente da un estremo all’altro della città, e in poco tempo.

Niente a che vedere con i simpatici autobus romani a cui ero abituata. Quelli passavano una volta ogni ora, se si era fortunati. Ricordo ancora i momenti idilliaci trascorsi sul bus, con la mia amica d’infanzia. Ma forse ancor di più quelli passati ad aspettarlo.

La stazione Anagnina diventava quasi impraticabile. Tutti lì, in attesa della sua epifania. Chiaro che un (dis)servizio simile non possa che complicare la vita. Per esser certa di arrivare a destinazione, dovevo giocare d’anticipo. Ovvero, esempio: hai un esame all’università a mezzogiorno, esci di casa alle otto.

Dolce vita, quella romana, senza ombra di dubbio.

Come dolce è il ricordo dei sedili del bus. Sedersi comportava sempre un rischio: quello di sprofondare per non riuscire più ad alzarsi. Anzi, i rischi erano molteplici. Oltre a questo rischio dalle fattezze simil-geologiche, un altro ben più insidioso poteva presentarsi. Quello di sedersi su un sedile completamente zuppo. Nella migliore delle ipotesi, si trattava di acqua. Infatti: spesso, quando pioveva, pioveva anche nel bus. Sedili privi di tappezzeria tramutatisi ormai in informe schiuma giallo sbiadito, passeggeri costretti a viaggiare in piedi, corse saltate.

A Lione non ho mai visto nulla di tutto questo. Gli autobus sono in orario, ogni fermata (o quasi) ha la sua pensilina che viene metodicamente tirata a lucido ogni settimana, pannelli informativi digitali che indicano gli orari di passaggio. Certo, anche qui i disservizi possono capitare. Ma non sono all’ordine del giorno.

A Lione, poi, si ha l’imbarazzo della scelta per spostarsi.

Sono tante in effetti le alternative ai classici mezzi di trasporto, come le biciclette in libero servizio (Vélo’v), il car sharing e il covoiturage (ovvero, l’utilizzo puntuale della stessa vettura da parte di diversi passeggeri che ne condividono le spese). La nuova tendenza è però quella della trottinette. Nell’arco di pochi mesi la città è stata letteralmente invasa da questi monopattini elettrici, gestiti da provider che si moltiplicano a vista d’occhio. Le trottinette a Lione sono diventate un vero e proprio business, ma al tempo stesso anche un caso, al punto tale che il Comune stesso ha dovuto prendere dei provvedimenti per limitarne l’uso.

I monopattini sono ovunque.

Le prime settimane, mi son dovuta abituare. Il marciapiede era diventato un campo da guerra, fare una passeggiata un esercizio di abilità. Anziani, bambini, coppie. Fare un passo significava farne altri due rocamboleschi per schivarli. Di notte, poi, mi capitava di avvistare delle vere e proprie gang. Giovani in trottinette dal fare sospetto. Sguardo schivo. Sembrava stessero andando a recuperare un extraterrestre in qualche campo di grano. Son certa che stiate pensando che ho visto troppi film di fantascienza.

Ma una cosa è certa: in un remake di ET in terra lionese, le trottinette prenderebbero sicuramente il posto delle biciclette. Peccato che i monopattini elettrici non presentino un bel cestino di serie per poter traportare comodamente l’alieno. In ogni caso, quel curioso aggeggio l’ho provato anche io. Dopo qualche ora: dolori sparsi, emicrania. No, non fa per me. Continuerò a godermi lo spettacolo dalla finestra, maledicendo la mia scoliosi.

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