Rudolf e le altre renne

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È quasi Natale.

Toronto è piena di mercatini con bancarelle, luci e l’immancabile Babbo Natale che fa le foto con i bambini dopo code interminabili che neanche a Mirabilandia per Ferragosto.

Anche i negozi dell’usato si riempiono di oggetti a tema. Al Value Village, migliaia di oggetti usati affollano gli scaffali in cerca di una seconda possibilità.

Chincaglieria immonda, per lo più.

Ma mi piace fare un giro in questi posti, in equilibrio precario tra la ricerca dell’affarone del giorno e la ricerca antropologica sugli abissi che può raggiungere il gusto umano.

Ero alla ricerca di qualche pallina di Natale salvata dal dimenticatoio quando, all’improvviso, l’ho vista.

Là da sola. Un po’ timida, nascosta tra un posacenere adornato di pupazzi di neve e un boccale per improbabili brindisi natalizi sgraziatamente intarsiato. Lei, con il suo nasone rosso che faceva capolino a 7.000 km da casa.

Improvvisamente mi sono ritrovata assalita dalla nostalgia ed i ricordi si sono impadroniti della mia mente.

Era dicembre, ero una ragazzina. Mia nonna avevo deciso che era tempo di rinnovare le decorazioni di Natale. In un sabato mattina di shopping sfrenato che Carrie Bradshow scansati proprio, riuscì a svaligiare la Coin e tutte le bancarelle di Natale di Ferrara.

Mentre mia mamma si lamentava per la quantità industriale di ninnoli e ammennicoli che avrebbero infestato la casa per tutte le feste, a me brillavano gli occhi per la bellezza del nostro nuovo, stupendo albero di Natale regalatoci dalla mia adorata nonnina. Le palline erano tutte di vetro e sostituivano, finalmente, quegli obbrobri anni ’70-’80 che avevamo da che ne avevo memoria.

I fili d’oro, quegli orrendi boa sbrilluccicanti, finirono nel posto che gli spettava (il bidone dell’immondizia). Eleganti catene di mini-luci presero il posto di quegli aborti di luci multicolore con le bruttissime campane in plastica sbiadita, ormai deformate da anni di calore. Per non parlare poi dell’abete: vecchio, bianco (non capirò mai il perché), orripilante, spelacchiato, depositario di polvere decennale, stoico testimone di Natali (troppo) passati. Non si poteva guardare e, anche lui, finì a fare compagnia ai boa nel bidone.

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E poi c’erano loro: delle oggettivamente discutibili renne fatte con i rami degli alberi di Natale finti, con tanto di corna e nasi rossi. Un ammasso di fil di ferro e frappe verdi che le rendevano gli oggetti più schifati da tutta la famiglia. Tranne me. A me, queste renne di dubbio gusto, piacevano tantissimo.

Quando mi sono trasferita a vivere per conto mio, le ho portate con me. Sospetto che mia madre, il Grinch per antonomasia, abbia dato un party per festeggiare il rapimento delle kitschissime bestiacce e di tutto il resto dell’attrezzatura natalizia.

Con il tempo, le mie rennine sono passate dal decorare la mia casa di studentessa universitaria a quella di moglie, e poi di mamma, e sono state affiancate da una montagna di decorazioni fatte a mano da me, a prova di gatto e di nani ad altezza ginocchio.

Ora che è di nuovo Natale, giace tutto in un ripostiglio di Rimini, negli scatoloni del “vorrei-portare-in-Canada-ma-ora-non-posso”. Comprese le mie adorate renne.

Quest’anno il nostro albero lascia un po’ a desiderare: le decorazioni di Dollarama sono più made in China di un cinese nato a Pechino e ho brillantini – probabilmente tossici – in ogni angolo della casa che manco se fosse passata Pollon al grido di “Sembra talco ma non è”.

È stato comprato tutto un po’ meccanicamente, come se fosse un dovere, giusto per tenere viva la magia del Natale per i bambini che giocano con quelle palline, come se fossero la cosa più bella di sempre. Meno male che il piccolo ha superato la fase in cui si infilava tutto in bocca o sospetto che di qui all’epifania me lo sarei ritrovato mutato geneticamente tipo tartarughe ninja.

Sì, lo so: la vecchiaia mi sta trasformando in Scrooge, il mio spirito natalizio giace morto e sepolto da qualche parte tra un piatto di cappelletti in brodo ed un cotechino con il purè; ma ogni tanto un lumicino si riaccende, un piccolo sprazzo di gioia del Natale bussa prepotentemente nel mio cuore incartapecorito.

Esattamente come quando ho trovato lei, tutta sola soletta in un negozio dell’usato.

C’è chi in certi negozi ci trova Gizmo e chi ci trova una renna brutta.

Brutta sì, ma identica alle mie renne di quando ero bambina. Inutile dire che è stata subito adottata e portata a casa in attesa del ricongiungimento familiare (e, per sicurezza, niente acqua né cibo dopo la mezzanotte). Se ne sta lì in compagnia di un pupazzo di neve in feltro e di un panettone, e mi ricorda di un tempo in cui le cose erano più semplici, dicembre era il tempo di una festa magica e si poteva credere alle favole e a Babbo Natale. Si chiama Rudolph, l’unico nome delle renne di Babbo Natale che riesco a ricordarmi.

Mi fa sorridere e mi fa pensare che, a dispetto dei ricordi del passato che ha portato con sé, il Natale presente avrà per noi un sapore diverso. Sarà un’occasione per creare delle nuove tradizioni, solo nostre. Tradizioni che non vengono dal nostro passato come il panettone artigianale che ho comprato (e che mi è costato un rene!) o come i cappelletti in brodo che comunque mi auguro di riuscire a preparare.

Anche fare nostre le usanze del paese che ci ospita fa parte del piano.

Come, per esempio, l’Elvira, la nostra “Elf on the shelf”: sì, lo so che è solo una trovata commerciale ma è carina e l’abbiamo adottata!

Si anima di notte e torna al Polo Nord per riferire se i piccoli di casa si sono comportati bene oppure no. La mattina si fa trovare in posti sempre diversi e non bisogna mai toccarla perché altrimenti perderebbe la sua magia e non potrebbe più tornare a casa. È dispettosa, l’Elvira, come tutti gli elfi di Babbo Natale: una volta ha nascosto le ciabatte del babbo nel forno a microonde e stamattina ha fatto la pipì nel vasino di Sebastiano senza buttarla, così abbiamo potuto ammirare la famosissima pipì dorata e sbrilluccicosa degli elfi tra le risate dei bambini.

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Quest’anno la famiglia è lontana. Troppo lontana.

Festeggeremo con i nostri nuovi amici, anche loro emigrati qui. Passeremo tre giorni insieme e ci siederemo a tavola per il cenone indossando degli orrendi maglioni di Natale, e ricchi premi e cotillon per chi esibirà il più brutto.

Sarà diverso. Un po’ atipico, forse. Un po’ malinconico anche, perché è il primo via da casa. Ma so che saremo in grado di costruirci delle nuove tradizioni.

Anche questo fa parte del trasferirsi all’estero, del ricominciare daccapo. È tempo di mettere qualche pietra miliare qua e là, di iniziare a fissare dei capisaldi per costruirci una nuova identità, ridefinire il nostro mos maiorum, come lo chiamavano gli antichi romani: quel complesso di valori e tradizioni a fondamento della nostra cultura e del nostro nuovo mondo di italiani in Canada.

Magari sarà l’occasione di ritrovare un po’ di quella magia andata perduta e di riscoprire insieme qual è il vero spirito del Natale.

Abbiamo un libro bianco davanti a noi. È ora di scrivere un bel capitolo prima di sentircene raccontare uno che non ci piace dallo Spirito del Natale Futuro.

Buone feste a tutte le donne che emigrano all’estero.

Ovunque voi siate, qualsiasi ricorrenza celebriate.

6 commenti
  1. nadia
    nadia dice:

    Tantissimi auguri di Buon Natale Anna! Sono appena tornata da Londra e ho portato con me quei fantastici maglioni di cui parli… li sono orgogliosissimi di metterli in questo periodo e a me fanno molta simpatia. Ammiro il vostro percorso, ho letto i tuoi articoli e anche io e la mia compagna coltiviamo quello che per ora resta un sogno. Non so come sarà farlo diventare realtà e soprattutto se mai ci riusciremo, certo è incoraggiante vedere che se si vuole si può! Il primo passo che stiamo facendo è fare un corso di inglese, mi chiedo sempre se al di fuori di Torino (abitiamo qui) potremo poi parlare un inglese decente… per la lingua hai fatto corsi gratuiti? come vi siete trovati? il mio incubo peggiore è pensare di non riuscire a parlare con gli altri… un bacione e grazie per i tuoi articoli!

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    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Cara Nadia, buon Natale anche a te, anche se con un imperdonabile ritardo. Non so perché, ma non ho ricevuto le notifiche dei commenti a questo post. Mi spiace non averti risposto prima e aver fatto la figura della maleducata 😟
      Per rispondere alla tua domanda sull’inglese: prima di fare lo IELTS, in Italia, ho fatto un mezzo (nel senso che mi sono aggiunta a metà) corso alla British School, più che altro per rispolverarlo. Poi, nell’attesa di fare l’esame, ho fatto un po’ di conversazione con una ragazza madrelingua. Ora qui, come permanent, ho diritto a dei corsi gratuiti. Ho in programma di approfittarne, che non fa mai male, ma non ne ho ancora avuto modo. Se conosci un po’ la lingua e la sua grammatica, il più è la pratica: leggi, ascolta e parla. Io ho usato molto il sito della BBC per le letture e TED per l’ascolto (video brevi, livello del parlato accademico e quindi molto pulito e poi ti scegli gli argomenti che ti interessano).
      In bocca al lupo, per qualsiasi strada deciderete di percorrere tu e la tua compagna!
      Un abbraccio e, mi raccomando, diffondi l’uso dei maglioni osceni anche in Italia se il prossimo Natale lo festeggerete lì!

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  2. Merylu
    Merylu dice:

    In questo Natale , ormai il quarto, passato a Dublino con marito e cane, sentendo un po’ di nostalgia delle tradizioni campane e del caos che regnerà stasera, a Napoli, a casa di mia madre, dove invece fratelli e nipoti continuano ad unirsi, il tuo racconto mi ha scaldato il cuore e mi ha ricordato che anche io sto scrivendo le mie piccole tradizioni che porterò per sempre con me. Buon Natale!

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    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Merylu, mi fa tanto piacere sapere che il mio articolo ti ha tenuto compagnia per un po’.
      Mi dispiace di risponderti solo adesso ma non ho ricevuto le notifiche per i commenti di questo post, non so cosa ho combinato! Sono un bel po’ in ritardo per gli auguri di Natale ma ti auguro di trascorrere un meraviglioso 2019. Un abbraccio e w le nuove tradizioni! Perché possiamo sentire la mancanza delle “vecchie” ma ogni anno sappiamo aggiungere un nuovo pezzettino al nostro puzzle delle nuove.

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  3. Alessandra
    Alessandra dice:

    Ciao Anna, ho letto i tuoi articoli proprio mentre ero in Canada, British Columbia per l’esattezza. Vorrei chiederti alcune cose: posso avere il tuo contatto privato?
    grazie mille e complimenti per le tue riflessioni: bellissimo leggerle!
    Ale

    Rispondi

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