Il senso di colpa

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Qualche giorno fa, una mia cara amica mi ha scritto una lettera. Mi ha spiegato quanto si sentisse colpevole, per aver fatto le valigie e lasciato i suoi genitori, anziani, in Italia. Accade molto spesso, forse nella stragrande maggioranza dei casi. E accade soprattutto alle donne. Dico: di sentirsi colpevoli, di vivere l’espatrio con quella pervasiva quanto acuminata sensazione di colpevolezza nei confronti della famiglia. La cultura italiana, d’altronde, ha sempre assegnato alle donne il ruolo della cura. La cura dei figli, la cura dei fratelli, la cura dei mariti, la cura dei genitori anziani. Immaginate, ora, quanto possa essere complesso espatriare. Addirittura: espatriare. Fuori dalla patria, letteralmente.

Io, personalmente, non mi sono mai sentita legata ad un territorio specifico. Lo dico sempre, che mi sento piuttosto una cittadina europea; anzi, del mondo. Sono stata abituata a continui spostamenti sin da piccola. La mia famiglia si spostava seguendo la carriera di mio padre, come se si trattasse di un perno attorno al quale ruotavano tutti gli altri componenti del nucleo familiare. Mi son fermata a Roma per un buon ventennio, per prendere poi di nuovo il largo, oltreconfine. Negli anni, ho cercato di mettere a tacere, di silenziare i sensi di colpa: prima. Poi, di attraversarli, di comprenderne le ragioni, per eradicarli. E penso di esserci riuscita. Spesso, però, sono subdoli; se da un lato sembra quasi che non ci scalfiscano, dall’altro scavano nel profondo. Fibre muscolari, tessuto nervoso, ossa e cartilagini.

Perché sei partita? Non stavi bene, in Italia? E adesso, come faranno i tuoi genitori? Se dovessero ammalarsi, che farai? Era proprio necessario, andare a lavorare all’estero? Sei proprio sicura che ti convenga restare lì, ce la fai con le bollette?

Sono certa che questo interrogatorio dell’IBI/Italian-Bureau-of-Investigation, non vi sia nuovo. Molti anni fa, il mio corpo reagiva producendo una sensazione pruriginosa, accompagnata da fastidi dislocati qua e là. Poi, ho appreso a sorriderne. Sì, perché quello che gli altri pensano, non mi riguarda. Di pensieri, io, ne ho già a sufficienza. Se accogliessi anche quelli degli altri, il mio cervello non potrebbe più funzionare correttamente, credo. Overbooking.

Tuttavia, per arrivare a padroneggiare stoicamente l’interrogatorio dell’IBI, son passati molti giorni, mesi, anni. Ultimamente, mi diverte molto andare in scena. Sorriso ipertrofico stampato sul volto, risposte brevi, secche e decise – ma lacunose quanto basta. E, al tempo stesso, l’estirpazione del senso di colpa. Le due attività devono avvenire in parallelo, però, perché l’una sostiene l’altra. Pensate ad un farmaco la cui efficacia è provata solo se accompagnato all’altro farmaco. Ecco, così. Estirpare, e sbeffeggiare. Estirpare, e sorridere.

La lettera della mia amica, non mi è piaciuta. Gliel’ho detto. Dobbiamo parlarne, presto lo faremo. Non c’è alcuna colpa, nel voler percorrere cammini diversi. Voler vivere altrove, lavorare altrove, buttare la spazzatura altrove, costruire amicizie altrove, andare dal medico altrove, pulire il pavimento del tuo altrove.

A volte, considero utile pensare che, se qualcuno ci mette al mondo, è per lasciarci liberi di perseguire i nostri obiettivi. Senza costrizioni, senza colpevolezze di sorta. Non sentiatevi colpevoli, se ora il vostro presente è oltreconfine. Non lasciatevi condizionare, non mollate la presa, quando le forze speciali cercheranno di punzecchiarvi. Ci avete mai pensato, d’altronde, che anche a voi potrebbe succedere qualcosa? Che anche voi, potreste ammalarvi? Che anche voi siete soli e sole, oltreconfine? Certo, vi si potrà obiettare: l’hai voluto tu. Sì, l’ho voluto io. Anzi, l’ho preteso.

Un giorno, una ragazza-donna mi disse: “Devo fare un figlio al più presto, altrimenti chi ci pensa a me quando sarò vecchia?”. Una trappola del pensiero, la sua, alimentata dal pensiero dominante. Nasciamo soli, viviamo soli, moriamo soli. Non c’è soluzione, a questo. Nonostante le apparenze, siamo sempre soli con noi stessi. E più che una congiura, a me sembra un privilegio.

16 commenti
  1. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    Anche gli uomini ne sono schiavi, lo vedo con diversi amici maschi che affermano di “sentirsi in colpa per non passare abbastanza tempo con gli affetti lontani”. Sicuramente stare lontano da loro ci dispiace, ne sentiamo la mancanza, ma bisogna abbandonare questa idea dei “figli che diventano bastoni della vecchiaia, figli che forniranno nipotini etc”. Non siamo macchine né bambolotti. Lo scopo della prole altro non è che lo stesso di tutte le altre specie in natura: trasmettere i geni, i valori, e per i genitori svolgere il duro mestiere di educatori. Mai e poi mai vorrei che i miei figli rinunciassero alla loro indipendenza e alla loro vita per starmi dietro. Potranno darmi affetto e supporto anche senza essere presenti H24. La vita è così : si evolve, si cresce e si persegue un cammino che non va ostacolato.

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  2. Tina
    Tina dice:

    Sono certa che se leggessi quella lettera ci troverei tutta l’ansia e il senso di colpa che ho vissuto io per 3 anni. È come portare addosso uno zaino acuminato, per alleggerirlo prendi un aereo al mese,vai dallo psicologo, ma è sempre lì e ti accompagna ogni volta che esci, che vivi, che ti diverti… purtroppo conosco bene queste sensazioni, alla lunga mi hanno portata a fare di tutto per ritornare… e ora che l’ho fatto, quella sensazione si è trasformata in frustrazione e rabbia.

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    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Cara Tina,
      L’immagine dello zaino acuminato è molto potente. Grazie per averla condivisa qui – insieme al tuo sentire, e alla tua esperienza. Mi dispiace leggere della tua frustrazione. Penso una cosa, però: sei sempre in tempo per cambiare direzione.

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  3. Elisabetta Cork
    Elisabetta Cork dice:

    Purtroppo è vero che molto è dovuto al peso culturale che ci portiamo dietro. Rispetto ad altri paesi in cui l’anno sabbatico è quasi una costante e l’espatrio una delle tante evoluzioni della vita di una persona, ancora noi ci sentiamo costrette a spiegare il perché lo facciamo, trovando giustificazioni e sentendosi dire frasi poco empatiche sull’egoismo di chi espatria. A volte però il “doversi” prendere cura di qualcuno diventa una scusa per non uscire dalla propria zona di conforto, per molti diventa una prigione le cui sbarre hanno costruito loro stessi.

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    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Ciao Elisabetta!
      Sì, è vero, la “zavorra” culturale italiana è un grande problema. Qui non è così. Anzi, pensa che gli italiani sono celebri per essere dei “mammoni”… molte prese in giro bonarie su questo.
      Interessante anche quello che dici sul senso di colpa come alibi – non avevo pensato a questa prospettiva, invece oggi mi è parso di capire, confrontandomi con alcune amiche, che per loro sia stato proprio così.
      Un abbraccio,
      Amy

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  4. Silvia-Lille
    Silvia-Lille dice:

    Ci insegnano ad avere radici, anziché ali, questo è il punto. Bello che ci sia ancora qualcuno che scrive lettere!

    Un abbraccio,
    Silvia-Lille

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  5. Valentina - Stoccolma
    Valentina - Stoccolma dice:

    Decostruire e disapprendere tutto quello che si e´imparato e che ancora ci viene spesso riproposto e´ un lavoro continuo che non credo finira´mai per davvero. Le trappole sono ovunque 🙂

    Me lo salvo questo articolo e me lo vado a rileggere quando ne avro´ bisogno. Grazie Amalia!

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    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Valentina, grazie di cuore a te!
      🙂

      Hai ragione, è un lavoro quotidiano. Nel mio caso specifico, penso mi abbia aiutata molto lo studio della filosofia. Cerco di praticare il distacco, in tante (forse troppe, lo ammetto) cose. Non è semplice.

      Speriamo tutte di non averne più bisogno, in futuro, di strigliate di orecchie!

      Come giustamente scrivi, è un processo di decostruzione stracolmo di trappole. Ma a noi, cosa importa, alla fine? Percorriamo la nostra strada con convinzione. E armiamoci (anche di pazienza, direi).

      Un abbraccio,
      Amy

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  6. Bea
    Bea dice:

    Grazie per questa testimonianza. Purtroppo é quello che sto provando in questo periodo per aver preso la decisione di espatriare. Non l’ho ancora fatto ma le frasi di rito sono quelle che hai scritto tu, pronunciate con un tono accusatorio e giudicante. Spero di avere la tua forza per estirpare questo senso di colpa e dimostrare a tutti che si sbagliavano.

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    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Ciao Bea, grazie a te per avermi letta.

      Sicuramente, col passare del tempo, andrà sempre meglio. La forza, prima o poi, uscirà fuori. Non ti preoccupare.

      L’unica cosa che mi sento di suggerirti però è: non focalizzarti sulla “dimostrazione che sbagliavano”. Non conduce a nulla, sprechi solo energie. Che dovresti piuttosto incanalare nel tuo progetto di vita.

      Ti abbraccio,
      Amalia

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  7. Maria
    Maria dice:

    ‘Per crescere bisogna distaccarsi’
    E, d’altronde, è ciò che ogni bambino fa non appena inizia a camminare. Si allontana.

    Ogni cambiamento porta con sè delle perdite. È il costo del progresso.

    Fa male partire e lasciare gli affetti ma è necessario se desideriamo costruire un ‘altrove’ altrove.
    È così come il bambino torna dalla madre ‘il suo porto sicuro’ tutte le volte che cade a ha paura, anche noi possiamo tornare a casa a rifocillarci per ripartire.
    Casa è sempre lì. E c’è per noi.

    Maria – Donna in partenza

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