Sono tornataclaudia-sardegna

Testimonianza inviataci da Claudia

I sardi si dividono in due categorie: quelli che non si sposterebbero mai e quelli che fin da piccoli sentono un bisogno quasi violento di scappare.

Io facevo parte del secondo gruppo.

Spoiler: La maggior parte dei secondi, se scappano, da grandi sviluppano una malinconia cronica e sognano di tornare a vivere in quel luogo “scabro, essenziale, fatto di pietre, montagnole brulle, spini, capre” (Tabucchi sembra proprio parlare della mia terra).

Ma io non sono scappata, in realtà.

Quando avevo 17 anni, hanno trasferito mio padre a Roma e ci siamo spostati tutti.

Quel cambiamento improvviso e un po’ traumatico, seguito da relazioni, cose varie, vita che passa un po’ sotto il naso, mi ha fatto rimanere a Roma per parecchio tempo: 11 anni. Viaggiavo eh.
Mi ero iscritta alla triennale di Grafica e Progettazione Multimediale sotto Architettura, lavoravo alla Snai, e tra una vicenda bukowskiana e un esame di AUTOCAD, viaggiavo tanto.
Ho visitato, ad oggi, 19 Paesi in 3 Continenti e una gran parte è stata vista proprio in quegli anni. Ma nemmeno un Erasmus: qualcosa mi frenava.
Insomma, mi laureo, decido che architettura non mi interessa, né grafica. Ma sono una cinefila, mi dedico al montaggio video, faccio gavetta e corsi, entro a Sky, lavoro come video editor al TG per tre anni.
Al terzo anno comincio a sentirmi di nuovo insofferente.
Qualcosa non va, continuo a lavorare ma mi iscrivo al corso serale della Scuola di Arti e Mestieri del comune di Roma, indirizzo Erboristeria.
Sono tre anni di corso, faccio il primo, poco prima della fine dell’anno di erboristeria mi scade il contratto a Sky, non si può rinnovare, legge Fornero e cose così, ma io non sono triste. Sento un peso che mi si leva dallo stomaco e dico: questo è il momento.
Ho iniziato a lavorare (ricordate, la Snai) a 19 anni e da lì non mi sono mai fermata. Per la prima volta a quasi 28 anni respiro e dico ok, sono libera di fare una cosa: l’esperienza all’estero.
Esce il bando di un progetto Leonardo, lo vinco, mi mandano in Germania per tre mesi per un progetto sempre legato al montaggio video, una cosa carina con bambini e ragazzi. L’esperienza mi fa capire che niente, l’amore per questo lavoro non si riaccende, ma mi riaccendo io.
Inizio ad imparare il tedesco, che non conoscevo assolutamente, e ovviamente tre mesi non sono abbastanza.
E quindi, dopo il Leonardo resto, trovo svariati lavori, anche in contemporanea, come cameriera in un ristorante, al mercatino di natale, babysitter, call center.
mercatino-germania
E intanto vado a scuola di tedesco, diligente, tre, quattro volte a settimana, passo di livello in livello fino ad arrivare al C1.
Dovevo stare lì tre mesi, mi rendo conto che sono arrivata a un anno e mezzo, quasi due.
Ok, ho imparato un’altra lingua, parlucchio spagnolo, faccio un corso di olandese, un altro di svedese, le lingue mi piacciono ok ma ci posso lavorare? No, non ho studiato per diventare né interprete né traduttrice.

Se torno a Roma, ora, che faccio?

Non lo so perché né per come, ma comincia a frullarmi in testa una vecchia passione, che lentamente mi colonizza il cervello: la Nutrizione.
Un percorso in Dietistica, sebbene avessi accarezzato l’idea anni prima mentre facevo Grafica, era il mio sogno da sempre, io così interessata al cibo, al movimento, alle erbe, al corpo umano. Ma mi aveva sempre frenato quell’idea, ormai scolpita nel cuore, che fossi “negata”.
Non sei brava in matematica, sei più brava nella scrittura e nella letteratura, e in storia e in filosofia. Guarda Claudia…fisica, chimica, biologia..lasciale stare. Sei negata.
Per questa ragione ho fatto il classico, e sono cresciuta con questo marchio a fuoco, senza soffrirci ma con rassegnazione.
E quindi no, di certo non mi sarei gettata nelle fauci di una facoltà dove biochimica stava lì ad aspettarmi sorniona e crudele pronta a farmi lo sgambetto.
boxer

Ma a quasi 30 anni dico: perché no? E perché non farlo addirittura in tedesco?

Non lo so, perché. Cosa sia scattato nel mio cervello. Una sfida, un’ebrezza dovuta a tutta quella indipendenza, un colpo di testa, autolesionismo. Non lo so.
Fatto sta che mi iscrivo a dietistica, in Germania, unica straniera del corso.
E non solo, faccio il duales Studium, un tipo di studio che prevede che si lavori e studi insieme. Il Bachelor dura sette semestri, uno in più che in Italia, e per sette semestri, cara Claudiam devi lavorare e studiare contemporaneamente. Dato che il rimborso spese non basta, faccio ancora la babysitter, tra l’altro.
Buttata in corsia in ospedale dal primo giorno di inizio del corso per due anni e mezzo, e l’ultimo anno in clinica oncologica.
Passo gli esami uno dopo l’altro. Ironia della sorte, biochimica 1 e 2 prendo dei voti molto alti. Il voto più basso è in economia.
Mi mettono in mano uno screening oncologico.
Scrivo una tesi sperimentale sulla relazione tra cancro e sovrappeso. Il relatore alla fine dice “complimenti, non mi sarei mai aspettato un simile lavoro”. Grazie, candore crucco.

Ma l’ultimo anno, il 2018, è anche l’anno del baratro.

Improvvisamente sono stanca, svuotata, malinconica, mi manca l’Italia da far male.

Per studiare e lavorare mi sono isolata dal mondo, mi sono spaccata di sport, prima crossfit poi pugilato, per avere una valvola di sfogo che poi mi ha spezzata. Mi sono chiusa in me stessa per proteggermi da ogni distrazione, ma tra i muri che tiro su io e quelli che tirano su i tedeschi, ad un certo punto sento che sto andando a morire, letteralmente a seccarmi dentro.

E così, quando in clinica oncologica mi dicono: “appena ti laurei, a novembre, c’è un contratto di due anni pronto per te”, dico no.

No grazie, torno in Italia.

Amici e parenti inizialmente mi osteggiano, ma la crisi è talmente forte da diventare fisica e impossibile da ignorare.

Stringo i denti fino a novembre 2018, mi laureo, il primo marzo 2019 sono a Roma.
Torno a casa, apro il mio account da dietista su Instagram. Devo aspettare che il Ministero della Salute controlli tutte le carte, un malloppo, e mi dia il nullaosta per esercitare in patria. Ferma non so stare, decido nel mio piccolo di fare informazione scientifica e dare gli strumenti, per il poco che so e che posso, perché qualcuno possa scegliere un po’ più consapevolmente e si possa proteggere dalle truffe che girano nel mondo dell’alimentazione.
Cominciano a seguirmi molte più persone del previsto e io, ora… Ora?
Sono felice.

“Ti manca la Germania?” Mai. Nemmeno un minuto fin’ora.

Sì certo, grazie, perché ho imparato lì tutto quello che so, un po’ perché me l’hanno insegnato, un po’ perché me lo son preso io con le unghie e con i denti (e corse in ospedale per gli attacchi d’ansia che si tramutavano in svenimenti).

Ho imparato la scienza un libro dopo l’altro, ho imparato l’empatia un paziente dopo l’altro, ho imparato chi sono io (tante cose positive ma anche tanti angoli bui) un’ora solitaria dopo l’altra, ho imparato quali sono le mie radici un tedesco dopo l’altro.
Ma ho anche imparato che i soldi non sono niente, se non hai degli amici con cui spenderli e del buon cibo per cui spenderli. 
Andare in bici anche è bello, ma vuoi mettere avere  il sole sulla pelle? E la burocrazia in Italia è una brutta bestia, ma i burocrati tedeschi che ti guardano in cagnesco perché pensano che tu sia lì per scroccare sussidi non sono meglio.

Ho imparato che tutto dipende, davvero.

Ho imparato che se voglio, non sono negata manco per niente. Forse ci metto più tempo di chi è portato, e non sarò così fine e precisa nelle spiegazioni, ma ho la forza del maestrale sardo.
Ho un fuoco che mi brucia dentro e mi fa svegliare la mattina pensando a qualche cosa che ancora voglio sviscerare di nutrizione, e andare a dormire la notte pensando a cosa ancora voglio comunicare.
È un chiodo fisso che mi muove in avanti e mi fa bruciare perennemente.

Sono tornata e a tutti quelli che mi hanno detto e mi dicono: “te ne pentirai”, rispondo  solo: “vedremo”.

claudia

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