Sospirata normalitàpaesaggio-olandese-coronavirus-libertà-uscire

Già immagino me stessa, con qualche ruga che solca gentilmente il viso, sospirare mentre butto lo sguardo dalla finestra su qualche piatto paesaggio olandese interrotto da due o tre canali, e dire: “Ai tempi del corona, figli miei, correre su queste monotone distese verdi era un sogno ad occhi aperti”.

Forse potrebbe iniziare così un futuristico docu-film, o forse sto fantasticando un po’ troppo e lasciando galoppare la mia mente senza redini né remore.

Eppure quello che stiamo vivendo è storia.

Ancora ricordo il titolo del mio libro delle scuole medie: “La storia siamo noi”. Ricordo anche che spesso pensavo: “La storia non siamo noi, la storia è il passato, in questo presente non sta succedendo nulla di esilarante”. Ah, quante volte mi sarei pentita di quella frase! Prima la nascita dell’Europa, poi la morte di Papa Wojtyla,  poi ancora la guerra di Gaza, e la Brexit, e ora ci mancava il coronavirus all’appello.

E di quest’ultimo grande avvenimento, ne siamo tutti involontari protagonisti, anche i millennial.

Tutti la vedono come un’enorme crisi sanitaria ed economica. Io sì, la vedo così, ma anche come una grande lezione. Questa pandemia (termine da me assimilato negli ultimi giorni leggendo i giornali) ci sta portando a rallentare un momento, a fermarci a pensare, ma questa volta profondamente. A riflettere su ciò che abbiamo e su ciò a cui sempre aspiriamo dimenticandoci, poi, di ciò che abbiamo.

Questo virus – per quanto virulento, assassino, imperdonabile – ci sta insegnando a prendere fiato un attimino, e a guardarci dentro, a scrutare la nostra mente e anima. A farci quelle domande tanto scomode a cui molte persone rispondono con la fede in Dio o in qualche divinità o in qualche filosofia di vita.

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Questo virus ci sta urlando addosso e con fiato corto:

“Oooh, ma la smetti di correre come un pazzo per prendere quella metro e arrivare in tempo a quella conferenza di lavoro? La smetti di rifiutare tutte le chiamate di tua moglie che oggi si è sentita sola nel prendersi cura dei vostri tre scriccioletti e ha avuto bisogno di parlarti, di sentire la tua voce che la rassicuri?”.

“Oh, ma la pianti di guardare le foto su Instagram e piagnucolare che la vita degli altri è sempre più interessante della tua, e invece ti vesti e vai a prendere un po’ d’aria e ti godi il paesaggio collinare in cui hai avuto la fortuna di nascere e ti godi le corse sul prato del tuo cagnolone?”

“Oh, ma la smetti di fare la fila per l’ultimo, stratosferico, ultra-tecnologico IPhone 3170 e vai a fare la fila invece in quella mensa per i poveri dove potrai servire piatti caldi e aiutare chi i soldi per un tugurio non ce li ha, figuriamoci per un IPhone 10? …Che poi torni a casa con le mani vuote ma il cuore pieno.

E ancora:

“Ehi, ma la smetti di tenere il broncio a tua mamma perché non ti ha fatto andare a quella festa per restare a casa e recuperare quel 3 in matematica? E apri la porta della tua cameretta e vai in cucina ad abbracciarla, le dai un bacio sulla soffice guancia truccata e le sussurri sul collo: “Grazie mamma, ché ti preoccupi per il mio futuro”?

“Ehilà tu, sì proprio tu. Lo vuoi prendere ‘sto smartphone e invece di cliccare sull’icona di WhatsApp clicchi su quella del telefono e chiami tua nonna e le dici quanto ti manca e che non vedi l’ora di mangiare un altro dei suoi piatti di maccheroni al sugo?”

“Oh, ma la smettete voi tutti, sì sì, proprio tutti voi umani, di scannarvi sui social e di trovare dei punti in comune piuttosto che dei punti di discordia? Per dire un ti voglio bene non c’è mai tempo, ma per un vaffanculo eccome se ce n’è!”

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Potrei continuare all’infinito, ma proprio per questo mi fermo qui, mi do un limite. Come se lo darà questo impetuoso virus dopo che avrà fatto il suo decorso, dispensato qualche saggia lezione qua e là e, ahimè, portato qualche angioletto in cielo.

Ragazzi e ragazze, nonni e nonne di tutti i paesi, mamme e papà di tutti i colori di pelle, amici di tutti i generi e i tipi, manager o commessi, Bill Gates o Cenerentole del XXI secolo, in questo periodo turbolento che ci ha incarcerati tutti nelle nostre case, sedetevi un momento non solo a guardare Netflix o a videochiamarvi. Sedetevi a meditare: imparate ad essere grati perché una casa in cui stare reclusi per mesi, voi ce l’avete. Ad essere grati che voi quell’ultimo saluto al nonno glielo avete potuto dare.

È brutto, lo so, non tenere più il controllo della propria vita attuale e futura, dover smorzare di punto in bianco quel progetto, non poter più comprare quel biglietto online e fantasticare sul prossimo selfie con il bikini mozzafiato su una spiaggia caraibica. È straziante non poter abbracciare il tuo amico, tirargli un colpo sul braccio per quella battuta scema, andare a lavoro e fare quel solito scherzetto al tuo collega nerd. Andare a prenderti una birra di venerdì, fare una lunga passeggiata per sgranchire le gambe, andare in palestra per sentirti meglio con il tuo corpo, preparare la tavola per sei per il pranzo della domenica.

Siamo in guerra.

In una guerra senza armi, contro un nemico comune, un nemico dell’essere umano che questa volta non si combatte con le bombe nucleari. E quanto piccoli e impotenti ci sentiamo, noi presuntuosi esseri umani convinti di avere la soluzione a tutto e di poter vincere tutto con il denaro, convinti di essere immortali e indistruttibili?

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Mentre controlliamo compulsivamente e con un’ansia e un’angoscia che ci schiacciano il cuore gli ultimi aggiornamenti, le ultime vittime, gli ultimi infettati, gli ultimi morti, spostiamo lo sguardo anche a quell’unico spiraglio di luce in fondo a questa oscura, opprimente caverna. Il mondo si è riunito dopo tanti anni in una stretta di mano grande dalla Cina all’Italia, in un abbraccio che va dall’Oceano Atlantico al Pacifico. Ci siamo tutti schierati contro un cavolo di batterio per salvare il nostro prossimo. Per una volta, non importano più il colore della pelle, lo stato sociale, se sei figlio dell’avvocato o il trovatello dell’orfanotrofio. Io ti salvo, perché sei mio fratello umano, e lo faccio privandomi di quella libertà che ci abbiamo messo secoli e battaglie e caduti in guerra per conquistarla.

E tra qualche mese sarà solo un brutto ricordo quest’infame calamità, e tutti torneremo alla nostra sospirata normalità.

Ps. Questa volta, però, apprezziamola sinceramente.

4 commenti
  1. fabiola
    fabiola dice:

    Cara Rossella,

    Con questa frase penso che tu abbia descritto perfettamente come dovremmo comportarci noi tutti, ora e sempre:

    “Che poi torni a casa con le mani vuote ma il cuore pieno.”

    Grazie delle belle parole.

    un abbraccio
    Fabiola – Mallorca

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