Una delle prime domande che mi viene posta da chi mi incontra per strada in Italia – solitamente mentre porto fuori la spazzatura, o torno da un giro di jogging.. poi mi chiedo perché la gente mi guardi in maniera strana.. – è “Ma hai degli amici lassù a Jena?”. Quella subito successiva è “Ma sono italiani, vero?”.

Un po’ come a ribadire l’ormai annoso proverbio “moglie – in questo caso amici – e buoi dei paesi tuoi”, insomma. La mia risposta? Sì, ho degli amici e no, non sono tutti italiani. Ad essere sinceri, credo di conoscere al massimo il 5% della comunità italiana insediatasi a Jena e non perché siano maleducati, freddi o in qualche modo pessimi individui, ci mancherebbe! Ma facciamo un piccolo salto indietro…

In Germania è consuetudine che gruppi di persone si riuniscano in quelli che loro chiamano
Stammtisch”, letteralmente tavolo fisso o dei visitatori abituali. La mia coinquilina frequenta – per esempio – lo Stammtisch spagnolo, poi c’è quello francese, quello inglese, quello angloamericano, quello BDSM e via discorrendo.

Esiste anche uno Stammtisch italiano? Certo. Lo frequento? No.

Non perché io pecchi di superbia, tanto meno perché coloro che lo frequentano siano personaggi da evitare. Semplicemente, sono stata là una volta e ho capito tutto quel parlare di porchetta, ricotta salata e olio extravergine d’oliva non faceva per me. Non fraintendetemi, parlano sicuramente anche di altro ma – fondamentalmente – condividono un sentimento di nostalgia che io non provo, o che forse esprimo in maniera diversa. Peraltro, ho avuto la fortuna di incappare in un gruppo di amici decisamente notevole, dove c’è un’altra italiana e tutte le altre persone sono “autoctone” o a loro volta straniere, e dove non mi sono mai – proprio mai – sentita fuori posto. Per me immergermi in questa cultura non ha solo significato leggere libri di autori del posto, ascoltare musica tedesca e saltellare da un festival all’altro come un folletto impazzito, insomma. Volevo costruirmi una struttura di amicizie solida, fatta di persone che – almeno sul lungo periodo – sarebbero rimaste al mio fianco e la fortuna mi ha fatto incappare in individui meravigliosi, con i quali prendere un caffè o andare a vedere un concerto è un vero e proprio piacere. È stata tutta fortuna? No. Per dirla all’italiana bisogna farsi il mazzo. Bisogna sforzarsi di andare oltre preconcetti e limiti – dal bidet, al sandalo&calzino, all’essere troppo quadrati e mangiare solo Sauerkraut vi giuro che le ho sentite proprio tutte… – e sfruttare il fatto che per una volta nessuno sa chi sei, nessuno ha un’idea di te che gli deriva dal conoscere tuo padre, tua madre e probabilmente anche la Partita Iva del tuo vicino di casa. Ergo puoi essere te stesso, lanciarti, in determinati momenti persino scoprire parti di te che non credevi esistessero.

Fa paura? Sì, all’inizio fa anche un po’ paura. Ne vale la pena? Sì. Vale sempre la pena di crescere, essere se stessi, impegnarsi in qualcosa in cui si crede. Sempre.

Creare una comunità di persone attorno a sé, una cosiddetta rete di sostegno è importante e – come direbbe John Donne – nessun uomo è un’isola. La scelta del come farlo però è assolutamente personale: c’è chi si sente più al sicuro iniziando con persone con le quali ha qualcosa in comune e chi preferisce buttarsi, sperando di incappare in individui raccomandabili. Conosco persone che hanno iniziato frequentando solo autoctoni e altre che hanno iniziato partendo proprio dal sopracitato Stammtisch per poi espandere il proprio giro di amicizie e conoscenze. Io, forte del fatto avessi comunque un paio di buoni amici qua, ho iniziato a sondare il terreno con calma, concentrandomi prima di tutto su me stessa. Ho iniziato a collaborare con un gruppo studentesco, ho fatto volontariato una volta a settimana in un Lounge e ho preso parte all’organizzazione dell’Idahot(*) a maggio, venendo a contatto con persone dai background più diversi e stringendo rapporti di amicizia più o meno forti. Ovvio, all’inizio non puoi pretendere capiscano quando tutto ti gira storto e vuoi solo una tazza di te e un’enorme fetta di torta – io poi sono il caso limite.. 😉 -, ma quando te li vedi arrivare nel bel mezzo di un venerdì sera in tutto va male e senti due paia di braccia stringerti perché “Alles wird gut” (andrà tutto bene), sai di aver raggiunto almeno un obiettivo: avere qualcuno al tuo fianco di cui ti fidi a tal punto da fargli vedere le tue crepe.

Poi diciamocelo… se le cose andassero male – ma proprio tanto male – si può sempre cambiare idea. Solo gli idioti non lo fanno.

6 commenti
  1. margherita
    margherita dice:

    Verissimo Samanta, anche io vivo all’estero e frequento pochissimi italiani, e per ora mi e’sembrata la scelta più’ adatta al mio modo di essere. Bellissimo racconto. Alles wird cut senz’altro..Un abbraccio

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  2. Annalisa
    Annalisa dice:

    Condivido ogni singola parola che hai scritto. Come te ho cercata di integrarmi il piy’ possibile con gli autoctoni avevo troppa paura di isolarmi e du nn imparare la lingua. Ho trovato d3lle persone fantastiche e accoglienti

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    • Samanta - Jena DE
      Samanta - Jena DE dice:

      Sono paure molto comuni, quella della lingua e dell’isolarsi ma paradossalmente tantissima gente per la seconda e in maniera inversa anche per la prima – cioè: mi capiranno? E se non afferrano cosa dico? – sceglie di rimanere a contatto principalmente con i propri connazionali…
      E come hai giustamente sottolineato tu è un peccato, perché le persone eccezionali sul nostro cammino sono davvero molte, basta saperle accogliere 😉

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