burn-put-stressStress e Burn Out

Oggi ci focalizziamo ancora una volta sul burn out.

Prima di tutto cerchiamo di sottolinearne le ragioni sottostanti.

Innanzitutto vanno considerati i fattori sociali e personali che si possono annoverare fra le possibili cause che lo creano; quindi, il background il livello socio-economico, lo stile cognitivo, l’intolleranza alla frustrazione e allo stress.

Poi vi sono i fattori relazionali, ovvero i rapporti con l’utenza. Questo dipende da dove si lavora, per esempio se si lavora in una scuola ci possono essere cattivi rapporti con gli studenti o in famigliari. A me personalmente è capitato di avere colleghi un pochino particolari. In questo caso vi era poco da fare se non parlare con il direttore della scuola sperando che fosse di supporto.

Anche l’eccessivo affollamento delle classi può portare al burn out.

Quando non si hanno colleghi particolari ma eccessivamente competitivi, pure questo può essere un problema.

Poi vi sono anche fattori oggettivi organizzativi, come la scarsa retribuzione. Chi abbia fatto l’insegnante in Italia ne sa qualcosa, grandi classi, tanto lavoro e pochi soldi.

Vediamo un altro caso: condizioni ambientali sfavorevoli come turni o orari stressanti (per chi per esempio lavora la notte, in ospedale, ed è magari pagato anche poco), il susseguirsi continuo di cambiamenti o di riforme.

La comunicazione interna ad un ambiente lavorativo.

Il precariato è uno dei motivi principali di burn out senza dubbio, o anche la frequenza di riunioni, magari senza scopo, che sono solo uno sfogo degli isterismi interiori dei partecipanti. Anche quando le riunioni non sono di questo livello ma sono importanti e magari interessanti, se comunque troppo frequenti creano solo confusione e “rompono” il ritmo delle giornate di lavoro. Creano problemi all’organizzazione personale e a quella del lavoro.

Secondo la letteratura psicologica il burn out consta di 4 fasi: preparatoria, stagnazione, frustrazione e apatia.

I nomi stessi delle fasi sono abbastanza esplicativi, ma volendo essere chiari, diciamo che inizialmente siamo pieni di entusiasmo.

Magari siamo degli idealisti ed è per questo che abbiamo scelto un lavoro di tipo assistenziale come quello dell’insegnante o quello dell’infermiere.

Poi magari veniamo sottoposti a carichi di stress eccessivo e ci accorgiamo che le nostre aspettative non coincidono con la realtà che abbiamo davanti. Nel mio caso, per esempio, mi è capitato di incontrare in alcuni casi colleghi poco “umani”; non so se avevano perso l’umanità lungo la strada o se non l’avevano mai avuta ma erano comunque poco adatti al mestiere di insegnanti. Ho anche incontrato persone fantastiche a cui sono ancora legata, ma di questo ve ne parlerò in un altro articolo.

Tornando a bomba, nel periodo di stagnazione l’entusiasmo, l’interesse e il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a calare. Diminuiscono. A questo segue un periodo di frustrazione, in cui ci si vede sfruttati o oberati dal lavoro. In questa situazione si posso mettere in atto comportamenti aggressivi verso gli altri o se stessi. Nell’ultima fase vediamo come non vi è più interesse per il proprio lavoro: scema piano piano fino a scomparire e al suo posto subentra l’indifferenza. Si giunge proprio ad una morte professionale interiore.

Diversi autori quando parlano del burn out  dividono questo processo in fasi, alcuni nelle quattro appena elencate, altri in tre. Lo psicologo del lavoro Cherniss parla di tre fasi: stress, esaurimento, difesa. Nel primo stage abbiamo un disequilibrio fra risorse e richieste, poi esaurimento (i cui protagonisti sono tensione emotiva e fatica) e nell’ultimo caso difesa, che comporta un distacco emotivo, quindi ritiro, cinismo, rigidità verso gli utenti. Da ricordare penso che sia la differenza tra stress, una reazione momentanea che può rientrare) e distacco emotivo, il vero e proprio burn out.

Ci si può sentire inariditi e non avere più nulla da offrire, compare quel fenomeno di depersonalizzazione, ovvero distacco  e freddezza se non ostilità nei confronti degli utenti, che spesso sono malati o bambini, non dimentichiamocelo.

Il burn out e’ sicuramente un fenomeno serio: chi lavora a contatto con il pubblico va preservato e protetto e rispettando i suoi limiti rispettiamo e proteggiamo anche le categorie più deboli.

Concludendo, vogliamo ricordare che vi è una differenza fra stress e burn out.

Lo stress può rientrare ed è una reazione momentanea, facendo riferimento ad un disadattamento specifico; il burn out è più processo, quindi non una singola reazione. E’ qualcosa che si prolunga nel tempo e si cronicizza, ed implica un fatto interpersonale. Si caratterizza da una specifica relazione interpersonale con l’utenza.

Spero che i lettori e le lettrici non abbiano esperito nessuno di questi sintomi. E’ sempre bene andare a parlare con qualcuno se si ha il dubbio che si stia verificando uno dei due fenomeni. Anche un amico o un’amica cara che ci trasmetta empatia è un primo buon passo.

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