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Kulturarena: è subito estate

Pian piano sta arrivando il mio periodo dell’anno preferito da quando mi sono trasferita a Jena. No: non parlo dell’estate. Cioè, non proprio… parlo di Kulturarena: 40 giorni abbondanti di musica, teatro, cinema… il tutto open-air.
Ogni anno per i mesi di luglio e agosto la città si colora e prende vita… le strade si riempiono di persone di kulturarena-musica-festival-estate-jenatutte le età e tra concerti, cinema, rappresentazioni teatrali, attività per bambini c’è proprio un bel da fare…
Kulturarena raccoglie attorno a sé musicisti, gruppi teatrali, orchestre (sinfoniche, jazz, blues…di tutto un po’ insomma) e cantautori all’insegna – appunto – della cultura. Lo fa per celebrarne quella parte che spesso viene messa da parte in favore di nomi più importanti e restituircela nella sua versione migliore.
Per una persona come me che ne ha fatto una specie di vocazione e che respira letteralmente a suon di musica – insomma – si tratta di una ricorrenza che aspetto sempre fremendo di impazienza. E che raramente mi delude.

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Erlend Oye (& Band)

Il 15 aprile è uscito il programma definitivo ed ero letteralmente in fibrillazione. Lo confesso. Non riuscivo proprio a stare ferma soprattutto perché – dopo il magico Yann Tiersen lo scorso anno – avere la possibilità di vedere live Goran Bregovic – con tanto di orchestra al seguito – è davvero una piccola chicca.
Non vedo l’ora di poter ballare, cantare, urlare, forse anche commuovermi di nuovo. Perché per me – che vivo di musica, che non potrei farne a meno e che dopo ogni live sto sempre un po’ meglio – Kulturarena è un buon modo per incanalare quanta più energia positiva possibile e passare delle bellissime serate in compagnia di amici e amiche.
L’anno scorso, oltre ad essermi commossa ascoltando Slippery Stones, ho ballato sulle note di 1517 sorridendo del fatto Erlend Øye possa essere scambiato senza troppi problemi per un italiano, visto l’accento siculo che ha sviluppato vivendo a Siracusa. Ho cantato a squarciagola Bitte bleib, sorridendo della vena ironica e amara degli Annenmaykantereit e mi sono scatenata sui ritmi di Calexico.
Anche a questo giro il programma è variegato e ci sono un po’ di chicche che non voglio proprio perdermi, ergo pian piano recupererò i biglietti con i risparmi che tento sempre di tenere da parte per il “Grande piano”. La cosa buffa – o almeno così dice chi di dovere – è che il mio grande piano dovrebbe essere quello di stare bene, sorridere, essere felice. Ergo ben vengano i risparmi investiti in musica, buon umore, tatuaggi, viaggi. Ben venga investire in quello che ci fa stare bene sul serio.
Mi piacerebbe concludere proprio con questa riflessione… sapete, si fa un gran parlare di risparmi, rinunce, fondi per le emergenze e se da un lato è sacrosanto il fatto ci voglia sempre una buona dose di previdenza, dall’altro non bisogna dimenticare il fatto la vita sia una sola…
Evitate l’ennesima cena a cui non volete andare ma alla quale vi sentite obbligati a partecipare e regalatevi una serata in compagnia di pochi amici fidati e una valanga di buon cibo. Non sentitevi costretti a rinchiudervi in un locale pieno di gente che dopo dieci minuti inizia a puzzare d’alcool – se non volete – e godetevi una serata di coccole. Siate gentili con voi stessi, celebrate il vostro essere unici, speciali, insostituibili, regalatevi un massaggio, un paio d’ore alle terme o anche solo una passeggiata nei boschi. Come disse il cantante dei Frittenbude durante il concerto a cui assistetti a febbraio “Ihr habt nur dieses EINE Leben. Passt bitte auf euch auf“: Avete solo questa vita. Prendetevi cura di voi stessi.
Sorridete, godete di questa vita a pieno e nella misura che meglio vi si addice, ballate sotto la pioggia e ridetene, concentratevi su voi stessi, ascoltate il cuore che vi batte in petto e ricordate una cosa: non c’è nulla di più bello dell’aver accanto persone con gli occhi che sorridono…che ne dite di iniziare a diventare una di queste persone?

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Kovacs

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Ritratti da Madrid e dal Mondo

I miei “Ritratti” hanno iniziato a prender forma a poco a poco, più di un anno fa, quasi mai al pianoforte ma sempre con la musica in mente. In metro, per lacristina-cavalli strada, osservando lo scorrere delle immagini di certi pittori che mi hanno sempre comunicato qualcosa di molto particolare e in qualche modo intimo: in ogni volto dipinto non può non  esserci un po’ di quello di chi lo ritrae.

Lentamente, si sono delineate nei miei pensieri delle atmosfere, dei tratti, i punti hanno iniziato ad unirsi tra loro, con un perché… così  si è formata la rosa dei Ritratti che ho voluto dipingere per mezzo dei suoni nel mio ultimo lavoro discografico.

Ritratti di qualcuno, come quello di Poulenc dedicato a Edith Piaf, gioielli  come la Pavane pour une infante défunte di Ravel, dediche a un ideale oltre che a una persona, come la Sonata di Janacek, dedicata all’operaio ucciso durante le contestazioni all’Università di Brno, pervasa dal presentimento di qualcosa di enorme, terribile e inevitabile. O ancora, gli omaggi a quattro importanti personalità americane dei Preludi Americani Di Ginastera, e i paesaggi e le atmosfere dell’Argentina evocate da Carlos Guastavino.

Volti e luoghi accomunati da un tratto comune: l’intensità, che è anche un lato importante, imprescindibile, del mio carattere.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare ai ritratti come a qualcosa di più ampio, in movimento… e così è nata l’idea di farli muovere per davvero! Da molti anni oltre all’attività concertistica tradizionalmente intesa porto avanti collaborazioni con altri mondi, ugualmente affascinanti, e passeggiandoci dentro ho sperimentato il crossover e la commistione tra le arti.

Così, insieme con altri artisti come Alessandro Mercurio e Ursula Caporali, daremo vita a ritratti multidisciplinari, nuovi, in movimento. Per sostenere questo progetto ho lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo.com, e spero che tante persone decidano di avere loro stesse una piccola parte in questo progetto sostenendoci e dando anche solo un piccolo contributo (lo si può fare e partire dai 3 dollari).

Questo è il link della campagna su indiegogo:  https://igg.me/at/ritratti

Se potete sosteneteci anche con un contributo piccolissimo, e condividete il progetto affinché più persone possibile possano conoscerlo! Grazie di cuore!

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In the City of Music

In the City of  Music

I miei primi passi tra le mille note di Londra 

city-musicIo adoro camminare. La mia è una vera e propria passione viscerale per la promenade, che sia tra le caotiche vie di una città o immersa nel verde riappacificante della campagna poco importa. Quello che è assolutamente imprescindibile, mentre mi perdo per le strade del mondo, è che ci sia di sottofondo la mia personalissima colonna sonora. Per questo, da sempre, giro con le cuffiette nelle orecchie, tingendo di mille sfumature musicali la realtà che mi circonda, facendola diventare il mio palcoscenico ideale, animato dai paesaggi che mi scorrono accanto e dai passanti che incrociano il mio sguardo perso nel vuoto e il mio sorriso beato stampato sulla faccia.

Da quando ho messo piede a Londra tuttavia, mi sono accorta di girare per strada sempre più spesso senza il mio fedele iPod, con i timpani al vento e le cuffie ben riposte in tasca, ma con la stessa, identica sensazione di sempre di vivere in un film… Eh già, perché Londra è una vera e propria colonna sonora vivente! Le sue strade vivaci e colorate sono brulicanti di artisti di strada  che riempiono l’aria di note meravigliose. Ad ogni angolo trovi un chitarrista country che intona le familiari note di un brano di Dylan, un pianista che si accompagna mentre canta Billy Joel o una cantautrice in erba che si propone al pubblico, magari vendendo i suoi dischi sistemati alla rinfusa nella custodia del proprio strumento, trasformata per l’occasione anche in cappelliera, nella speranza di godere della generosità di chi si trova lì vicino, ad ascoltare. Londra è così, un eterno concerto a cielo aperto e ce ne è davvero per tutti i gusti! Se si passa più volte in giorni diversi nel medesimo luogo, si possono rincontrare gli stessi musicisti, quasi fosse un appuntamento fisso: c’è il percussionista instancabile dalle mille treccine vicino all’enorme John Lewis di Oxford Street, il quartetto d’archi tutto femminile che regala magiche sensazioni nel seminterrato di Covent Garden o il trio pop sotto la tube di London Bridge, che potrebbe tranquillamente essere il prossimo gruppo in finale a X-Factor UK.

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Insomma, questa città è un sogno che diventa realtà per una cantante come me, ma anche per tutti i veri amanti dell’arte. Qui, ovunque ti giri, c’è musica, in tutte le sue forme, in tutta la sua disarmante bellezza, e puoi veramente guardarla negli occhi ed appropriarti di un pezzo di essa per farlo solamente tuo. Sono qui da pochi mesi, eppure ho ascoltato più musica in questo breve periodo che negli ultimi cinque anni! Certo, devo ammettere di essere venuta qui già con propositi specifici al riguardo, ma una volta arrivata questa città mi ha travolta di note e possibilità. E non si tratta soltanto della meraviglia degli artisti di strada, detti buskers, che già di per sé è una caratteristica determinante del luogo, ma anche dei mille locali, teatri e concert hall che dominano la città.

Una delle primissime cose che ho fatto da quando sono qui è stata andare al celebre Eventim Apollo, situato nel  quartiere di Hammersmith e precedentemente noto, per l’appunto, come Hammersmith Apollo. Questo splendido teatro aperto nel 1932 ha visto passare per il suo immenso palco artisti del calibro di Eric Clapton, dei Dire Straits e dei Jethro Tull. L’Hammersmith, tuttavia, si ricorda soprattutto per essere stato il teatro che ha ospitato il secondo spettacolo natalizio dei Beatles nel 1964. Qui ho avuto il privilegio di poter ascoltare una delle migliori band funk/jazz fusion del momento, gli Snarky Puppy: un gruppo formatosi nel 2004 in Texas che annovera fra le sue fila circa 14 musicisti fissi, tra cui il virtuosissimo pianista Cory Henry, ma conta fino a 40 tra musicisti e cantanti ospiti. Un gruppo che va sicuramente tenuto d’occhio da chi è appassionato del genere. L’Eventim Apollo si è rivelata essere una sala concerti degna di nota e al passo coi tempi, con un parterre lasciato completamente libero affinché gli spettatori possano godere dell’incredibile esperienza di essere ad un passo dalla band, quasi lì, sul palco con loro, mentre creano la migliore pozione alchemica che si possa ancora trovare a buon mercato.

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Oltre all’Apollo ho avuto la fortuna di poter assistere al concerto di un grande della musica italiana, Vinicio Capossela, in un altro magnifico teatro della città, Il Clapham Grand a St. John’s Hill. Questo teatro è considerato un edificio di elevato interesse storico, rientrando nel secondo dei tre gradi della scala di rilievo del Regno Unito. L’interno di questo teatro lascia a bocca aperta all’istante: sviluppato tutto in altezza e profondità, su più livelli in modo da poter godere del concerto in atto anche dal fondo, dove si trova il bar, e con un doppio ingresso bilaterale dove si trovano anche due enormi poltrone di velluto scuro dall’aria molto barocca. Uno stile unico per una costruzione realizzata nel 1900 per mano dell’architetto E.A. Woodrow e che oggi è utilizzata, oltre che per ospitare magnifici concerti, anche per organizzare incredibili feste a tema o lussuosi party privati su richiesta.

Per il teatro più importante e conosciuto di Londra ho ancora da aspettare un mesetto, ma poi sarò anche lì, tra le prime file, per assistere al nuovo spettacolo dell’incantevole Cirque du Soleil che sarà a Londra con Amaluna, una delle sue esibizioni più affascinanti, dal 16 gennaio al 6 marzo 2016. Sto parlando ovviamente della Royal Albert Hall, sala concerti storica, concepita dal principe Alberto nel 1851 e realizzata finalmente nel 1871, grazie al lavoro degli ingegneri Fowke e Darracott Scott. La sala ha visto esibirsi nel tempo, al suo interno, artisti del calibro di Duke Ellington, Elle Fitzgerald, Led Zeppelin, Deep Purple e anche star nostrane come Claudio Baglioni e Laura Pausini. Qui vi si può trovare anche il meraviglioso organo a canne costruito sempre nel 1971 da Henri Willis, restaurato e attualmente funzionante.

Ma Londra non è solo la dimora dei teatri da concerto. Questa città è seconda solamente a New York per numero di teatri da musical, situati nel rinomato West End, meglio conosciuto come Theatreland. Qui si può assistere ai più famosi musical esistenti ed ogni anno se ne aggiungono di nuovi, per qualunque tipo di pubblico, di ogni background ed età. L’anno scorso, in una delle mie visite pre-trasferimento, ho avuto modo di assistere a Thriller, il musical su Michael Jackson uscito nelle sale inglesi appena qualche tempo prima. Inutile dire quanta bravura e tecnica emerga dai protagonisti, per non parlare dell’effetto unico dato dall’avere una vera band che suona in contemporanea allo show e che, nel caso di questo spettacolo in particolare, viene fuori con l’uscita scenica del chitarrista sull’assolo di Beat It.

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Oltre ai teatri ed alle sale concerto, a Londra non si possono fare due passi senza inciampare in un locale di musica dal vivo. Che sia un locale che ha fatto storia, un jam bar o uno di quei locali dal concept moderno, il leitmotiv  è sempre la musica. Uno dei primi locali dove sono capitata dopo poche settimane dal mio arrivo è stato il Troy Bar, nella fremente zona di Hoxton, pullulante di ristorantini e movida. Questo famoso buco dai soffitti bassi, con un palco minuscolo situato al fondo della seconda sala, fa da sfondo ad una serie di piccoli miracoli musicali quotidiani. Qui ogni sera della settimana è dedicata ad uno stile musicale diverso: c’è la serata jazz fusion il mercoledì o quella funk fusion il venerdì. Tuttavia io credo di essere capitata nel giorno più assurdo di tutta la settimana: il martedì. Il martedì al Troy Bar c’è la serata Open Mic New Soul, ciò vuol dire che una resident band accompagna chiunque voglia esibirsi dal vivo in quello stile, con cover o inediti ( il che significa che molto spesso la band va a braccio…), o talvolta con la spoken poetry, altra forma d’arte molto interessante a metà strada tra la poesia e il rap. Lì, seduti in mezzo ad una folla estremamente eterogenea di corpi accaldati, calpestando continuamente cocci di bottiglie e bicchieri sparsi per tutta la sala, si ascolta ad un livello di bravura e talento che superano l’immaginabile, misto a un odore acre di alcool e sudore. Il colpo finale lo si ha all’uscita del bar, quando fra una chiacchera e mille complimenti si scopre che molti degli artisti che si esibiscono non sono neanche dei musicisti professionisti ma dei semplici ragazzi che cantano nel coro della chiesa locale.

Il miracolo del Troy Bar lo si può rivivere in altre forme in diversi locali sparsi per la città, come locity-music Spice Of Life a SoHo. In questo pub all’ angolo di Moor Street si può gustare un hamburger accompagnato da una pinta nella sala superiore prima di scendere nell’atrio sottostante, dove si spunta davanti ad un palco di media grandezza con diversi amplificatori accatastati gli uni sugli altri ed un maestoso pianoforte a coda in un angolo. Qui la pletora di artisti che vengono ad esibirsi nel lunedì Open Mic è composta quasi esclusivamente da cantautori i quali eseguono brani originali e qualche sparuta cover rivisitata nel proprio stile. Ognuno ha a disposizione un massimo di due brani da eseguire e il risultato è estremamente vario e diversificato: vi si può trovare dall’autodidatta coraggioso al talento indiscusso, passando per un paio di divertentissimi comici musicali che mettono in versi il loro pungente humor.

city-musicAltri locali interessanti sono sicuramente: l’Hoxton Square Bar and Kitchen, dotato di due sale distinte con area dj e palco, collegato al suo interno con una pizzeria/ristorante; il Bedroom Bar di Shoreditch, dotato anche esso di due sale con palchi e area dj, caratterizzato dalla presenza di distintivi divanetti che circondano la sala e che ricordano dei veri e propri letti; il Dingwalls di Camden Town, locale aperto dal 1973 che ha visto il passaggio di alcune delle star più importanti del panorama rock attuale come i Foo Fighters, i Muse ed i Mumford and Sons. Qui, l’11 novembre scorso, ho potuto ascoltare una memorabile band italiana, la PFM, ancora una volta ad un passo dal palco, vicina abbastanza per toccarli. Purtroppo questo storico locale è in via di chiusura e rinnovamento, dopo più di quarant’anni. Rimarrà comunque una sala da concerti ma la gestione cambierà.city-music

Per chi ama il jazz invece, uno degli appuntamenti più in voga tra i londinesi è quello dei Pizza Express Pheasantry, Jazz Club SoHo  e Midstone&UK dove si esibiscono periodicamente artisti del genere, mentre gli spettatori possono gustarsi una delle famose pizze del locale. Qui si possono ascoltare artisti di vario calibro e il 19 gennaio, addirittura, ci si esibirà il magnifico chitarrista dei Queen, Brian May, con la cantante Kerry Ellis… uno spettacolo da mille e una notte! Da non dimenticare però anche il Jazz Cafè, famosissima venue dove tra l’altro il 16 novembre scorso si è esibito il succitato Cory Henry con la sua band: The Funk Apostles.

Questo mio breve excursus tra le varie esternazioni musicali di questa incredibile città non può certo essere esaustivo, né tanto meno lo pretende, ma vuole semplicemente dare una panoramica sulle infinite possibilità che essa offre ad ascoltatori ed esecutori. Una passeggiata tra un’infinità di note che non finiscono mai di stupire e di riempire l’animo di una sana euforia. Il mio viaggio è appena cominciato e già ho voglia di condividerlo quanto più possibile con voi così da scambiarci idee, opinioni e sguardi su una delle più belle città della musica. E poi chissà che vagando tra le strade di Londra, in cerca di arte, tra i mille buskers che si riversano sui marciapiedi e sulle piazze, non troviate proprio me!

Buona musica e buone passeggiate a voi: perdetevi fra la folla, nella musica della vita.

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Laowai singing a Pechino

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Un’expat al concerto: i Neonschwarz

Oggi mi piacerebbe parlare un po‘ di musica, perché se è innegabile il fatto ci siano determinate musiche del nostro paese d’origine che rimarranno sempre con noi, è altrettanto vero che la cultura che ci accoglie spesso ci può regalare delle bellissime sorprese anche da questo punto di vista. Un altro dato importante, poi, è il fatto questa stessa musica sia in grado di restituirci un po’ dello spirito del tempo in cui viviamo, con le sue luci ma anche con le sue ombre.

A fronte di un biglietto dal prezzo decisamente abbordabile, il 1. ottobre ne ho approfittato per andare a sentire il concerto dei Neonschwarz, nel tentativo di placare la nostalgia di Amburgo che mi coglie ormai a ritmi bimestrali.

Per chi non li conoscesse, si tratta di un gruppo fondato da quattro artisti – Johnny Mauser, Marie Curry, DJ Spion Y e Captain Gips – che nel 2010 hanno inciso un brano – On a Journey – che non ha avuto bisogno di pubblicità alcuna per imporsi sul mercato musicale. Il video dall’aria funky girato ad Amburgo e la musica decisamente ballabile e accattivante, hanno fatto del brano la canzone dell’estate per eccellenza. Il primo tour – come per ogni band emergente – li ha visti suonare in ogni club, hangar, tenda o centro giovanile disponibile e i quattro hanno anche avuto la possibilità di fare da band di supporto a nomi più noti, facendosi lentamente notare. Il primo vero traguardo musicale lo hanno conquistato al Fusion Festival e da allora si stanno imponendo sul mercato a suon di rime e motivi orecchiabili.

I quattro riflettono – e fanno riflettere – su problemi sociali e realtà spesso scomode e per questo dimenticate, senza perdere la componente festosa e allegra che comunque contraddistingue i loro concerti e che li fa amare dal pubblico. Il loro primo album si chiama Fliegende Fische – tradotto: pesci che volano – ed è uscito nel 2014 con l’etichetta indipendente Audiolith Records; con altri artisti – non solo della stessa label – hanno poi fondato una sorta di gruppo che fa Zeckenrap (questo il nome che hanno dato ad un hp hop decisamente di sinistra): TickTickBoom.

NeonschwarzMa veniamo al concerto… Approfittando dell’occasione per ricordare a tutti degli incresciosi avvenimenti che purtroppo stanno colpendo il Paese, hanno iniziato mostrando sul palco uno striscione – meglio: un lenzuolo su cui hanno scritto con una bomboletta spray – che recava la scritta Refugees Welcome e da lì hanno iniziato inanellando rime vecchie e nuove, ridendo – e facendo ridere – di una società che a volte lascia un po’ a desiderare. Parlare di accoglienza, guerra in Siria, rifugiati e razzismo in chiave politicamente impegnata in una realtà che a volte si trova suo malgrato a far da teatro a marce di gruppi neo-nazisti non è facile, farlo con gioia e coinvolgendo il pubblico lo è ancora meno. Eppure per quasi due ore hanno saltato sul palco, cercando di smuovere un pochino le coscienze in merito a temi quali – appunto – l’accoglienza ai rifugiati e la solidarietà, ma anche gli eccessi di una società capitalista nella quale affermarsi non solo come artisti ma anche come singoli non è semplice.

Insomma, vuoi per l’atmosfera che ricordava molto un concerto sulla Reperbahn – con tanto di shot locale: il Mexikaner -, vuoi per la location che si presta molto bene a questo genere di concerti, vuoi per la musica che – pur non essendo una grande amante del genere – non poteva lasciare indifferenti è stato un bellissimo concerto. Trovare artisti genuinamente interessati a comunicare qualcosa e a cercare di portare un cambiamento nelle coscienze sta diventando sempre più raro ed è probabilmente per questo che la serata mi rimarrà addosso ancora per molto. Perchè ha avuto il potere di ricordare a tutti coloro che erano presenti che insieme possiamo fare qualcosa e che unirci per qualcosa in cui crediamo può anche assumere le sembianze di una festa tra amici.