Il Taxi giallo lungo le streets di Downtown

Basta.

Non ne posso piu’.

La festa e’ finita per me. The party is over. Ho ballato tutta la notte. Mi fanno male i piedi. Ho rotto gli stivali. Non ho preso nulla. Non ho fumato erba, non ho sniffato cocaina. Il mio corpo e’ pulito. Sono stanca.

Alan mi accompagna fuori , all’uscita del club, per farmi prendere un taxi. Se lui venisse a casa con me, prenderei la metropolitana, ma lui ha ancora voglia di ballare.

Io no. Io  devo fermarmi. Ad un certo punto devo pur fermarmi. Non voglio che lui si senta obbligato a seguirmi. Alan e’ uno fra i miei migliori amici qui a NY. E’ un messicano. Bianco. E’ un mestizo, e lo dice con orgoglio, quando lo dice. Mi ha spiegato che si chiamano in questo modo i Messicani che discendono dagli Spagnoli.

Io sono europeo , come te. Mi guarda con quel suo viso da bambino, mentre mi parla.

Ha un cervello da persona adulta rinchiuso in un corpo da adolescente. Abbiamo 10 anni di differenza. Io sono piu’ vecchia.  Io sono una giovane donna. Alan sa trattarmi con onesta’ e rispetto, come solo i Messicani sanno fare.

Sento dietro di me la musica proveniente dal club. E’ stata una bella serata, non c’e’ che dire

Il dj e’ stato molto abile ed intelligente, ha saputo dare vita a mixes sorprendenti che invitavano  chiunque a buttarsi in pista. Welcome to the dancefloor, sento ancora questa frase martellarmi in testa.

Mi guardo in giro per cercare di ristabilire un equilibrio fra me e l’esterno.

Il quartiere pullula di locali  notturni ad ogni angolo e lungo le streets principali.

Il giovane e dinamico Soho. Soho, il quartiere trendy e hip di New York City. Adoro Soho. Quando  miParty bicchieri sento depressa, per qualsiasi ragione, a qualsiasi ora del giorno,  io prendo la metro  e mi butto in picchiata a Soho.

Alan e’ l’unica persona che quando cammina con me da un block all’altro di questa citta’ incredibile mi tiene per  mano. E’ persino piu’ basso di me, da vero Messicano. Considerando che  io sono piuttosto bassa, rispetto alla media femminile italiana, la sua statura potrebbe essere realmente un problema. Invece non lo e’. Mi sento molto  sicura quando sono con lui .

Ho visto Alan arrabbiarsi poche volte. In questi casi riesce a costruirsi una forza che proviene dai nervi e dall’interno, non e’ una forza basata sulla prestanza fisica, e’ piuttosto una forza tutta cerebrale.

Ho assistito, mio malgrado, a lotte furiose, fra Alan e qualcun altro.  Alla fine, lui  ne e’ sempre uscito salvo e integro, mentre i suoi avversari hanno sempre riportato qualche osso spezzato.

Alan si accende una sigaretta. I suoi amici che incrociamo per strada si fermano a salutarlo.

Ehi, ciao fratello, proprio un bel party, complimenti, alla prossima, yo…

Giovani newyorkesi del downtown, popolo della notte, alternativi di tutti i colori e di tutte le etnie.

Non frequentano i locali e i bars della  New York bene, quella dell’Upper East Side, e non sfilano nemmeno in  Meatpacking  District dove un drink lo paghi venti bucks, venti dollari.

A New York e’ quasi un dovere  autocollocarsi all’interno di un ceto sociale. Se non lo fai tu, ci pensano gli altri . A New York , quando ti incontrano per la prima volta, non ti chiedono come ti chiami,  ma ti domandano  che lavoro fai. Eppure, io non  riesco a collocarmi da nessuna parte. Sto nel mezzo. Nel mezzo di tante realta’ sociali e culturali. Non posso neppure pormi fra due soli estremi, perche’ sto esattamente nel mezzo di un gruppo fatto di piu’ estremi .

Posso avere qualche soldo in tasca in piu’ rispetto ad altri miei amici, ma nello stesso tempo non ho abbastanza money per potermi permettere un appartamento nelle zone residenziali della citta’.

Abito fuori Manhattan, il che gia’ mi classifica come out of the city, not in the city . Piu’ che un outsider, da un punto di vista della moda e delle tendenze, sono un po’ out of budget. Ma abito da sola, non divido la mia casa con nessuno, sono priva di roomates, per esempio, e questo mi differenzia dalla maggior parte delle persone giovani con le quali esco.

Mi vesto sempre all’ultima moda, ho un taglio di capelli molto trendy, mani e piedi curati e posso permettermi di andare dal medico con regolarita’ perche’ la compagnia per la quale lavoro mi fornisce una copertura assicurativa piu’ che decente.

D’altra parte, non ho abbastanza cash per  vestire Gucci o Prada.

Onestamente, non so se il mio non essere collocata in una casta ben definita sia un problema per le altre persone. Non credo, perche’ tutti quelli che mi conoscono, mi trattano con rispetto, gentilezza e simpatia.

Dopo averci provato con me le prime volte, in modo comunque spontaneo e divertente, e dopo essersi reso conto che io non ci sarei mai stata, solo a questo punto  si e’ reso conto  che possiedo tuttavia  tutte le qualita’ necessarie per poter diventare una fra le sue migliori amiche. Questo mi va piu’ che bene.

Saluto un ragazzo con un cenno della mano ed un sorriso. Stasera, sulla pista del Love, ho ballato con lui una rapida e veloce coreografia  hip hop. E’ un tipo bianco, con i capelli sparati in alto.

Strano. Per me e’ strano ballare hip hop al suono della musica house o techno. In Italia questo non si verifica molto spesso. Qui a New York accade. Tutto e’ possibile.

Alla fine non e’ affatto vero che i giovani  nella Grande Mela si mescolano fra loro…

Le diverse etnie presenti tendono  a starsene fra di loro e a seguire  codici interni al gruppo, in fatto di musica, di moda e di locali da frequentare.

Forsel’unico gruppo dove i diversi colori e i diversi caratteri fisiognomici si fondono  uno con l’altro, mantenendo  un delicato equilibrio, e’ quello degli skaters.

Gli skaters , ragazzi di tutte le eta’ e di tutte le origini la cui presenza e’ massiccia  soprattutto nei quartieri piu’ cool di Brooklyn e che, una volta giunti a  Manhattan , si spostano zigzagando fino in Est Village e nella Lower East Side.

Io  stasera mi trovo a Soho e ho deciso di mescolarmi ai seguaci della musica house. E a quelli che ballano Okinawa_club hip hop con la musica house.

Alan parla  slang e usa espressioni molto crude che ovviamente fanno parte di un linguaggio diffuso prevalentemente fra i giovani. Certi modi di dire non sarebbero adatti ad una giovane donna. Non mi interessa. Se volessi  parlare in modo estremamente sofisticato, uscirei  con altre persone. Stasera ho deciso di parlare meno bene e di sentirmi piu’ libera.

Ti chiamo domani, baby, vai tranquilla, stai attenta, mettiti sulla 6 Avenue e alza la tua bella manina per chiamare un taxi di merda…stasera sei stata una ballerina stupenda, come al solito, come cominci a muovere quel tuo culetto grazioso, e’ fatta….I love you, sweetie… Questo e’ Alan. Un giovane adulto di 27 anni. Il mio migliore amico in questa citta’ dove nulla e’ impossibile. Nato in New Mexico, la sua famiglia si e’ trasferita a NY quando lui aveva solo nove anni. Cresciuto in Bronx, si e’ spostato poi in Queens, dove vive attualmente con sua mamma. Io sono nata e vissuta per 37  lunghissimi anni in un piccolo paese della pianura padana.

Eppure, in questo stesso istante della mia vita e della sua vita, io e Alan siamo accomunati da un’esistenza che sfugge alle classificazioni sociali e culturali della gerarchia newyorkese. Anche lui, come me, non e’  riconducibile a nessuno standard collettivo definito. Non ha nulla dei Messicani scuri che lavorano come sguatteri nelle cucine dei numerosi ristoranti della citta’, e non ha neppure varcato il confine americano a piedi, Alan e’ giunto negli Stati Uniti con un qualsiasi mezzo di trasporto, ha studiato nelle scuole di  New York, ha giocato con  bambini bianchi e con bambini neri, divide ogni giorno soddisfazioni ed insoddisfazioni professionali  con molti colleghi Asiatici, adora il sushi e snobba i tacos.

Io e Alan, a NY , in un mattino di inizio autunno. Una brezza leggera, il profumo del kebab proveniente dai tracks  dei venditori ambulanti. Io, che mi lascio alle spalle il party assordante di un sabato qualunque. Io che voglio andare a casa. A casa mia. Subito.

Do’un’occhiata al mio orologio da uomo.  Indosso solo orologi da uomo. Sono le sei del mattino. Ho freddo. Comincio a camminare verso ovest per incrociare la  6 Avenue, alla ricerca di un taxi. Giallo. Potrei prendere un taxi nero o blu , ma non sarebbe la stessa cosa. I taxi gialli impongono una tariffa standard, quelli scuri fanno parte di compagnie private per cui bisogna stipulare il prezzo  prima di salire. Non ho voglia ne’ di discutere ne’ di contrattare. Non adesso. Sono troppo stanca.

I taxi gialli sono molto piu’ sporchi, vivaci e divertenti. A seconda della tipologia del  conducente, un taxi giallo all’interno puo’ trasformarsi nei piu’ interessanti e svariati contesti olfattivi, visivi e tattili.

Nei week-ends le avenues e le steets di  Manhattan si riempono di taxi, a tal punto che una vista panoramica dall’alto mostrebbe solo una lunga vivace scia tutta gialla.

Riesco dopo pochi minuti ad attirare l’attenzione di un taxi che accosta maldestramente lungo il ciglio della strada.

Il mio taxi giallo. Almeno per stanotte.

I vetri polverosi mi impediscono di identificare subito il conducente. Mi preparo la frase consueta da dire:

Ehi, ciao, devo andare in Queens.

Per alcune ragioni,  a me un po’ oscure, non tutti i taxi gialli si spostano da Manhattan in Queens. Apparentemente, alcuni decidono per scelta di  viaggiare solo all’interno del territorio dell’isola.

Questo e’ un altro dei motivi per cui una ragazza del Queens, come me, a volte puo’ sentirsi leggermente inadeguata, qualche volta persino imbarazzata. Se abiti “in the city”  puoi andare dove vuoi, senza restrizioni ne’ di tempo ne’ di spazio, invece se abiti in Queens, a Brooklyn, oppure nel Bronx, allora no, sfortunatamente a volte devi prepararti ad estenuanti attese  con la mano alzata ,che comincia ad afflosciarsi dopo qualche minuto, per poi infine  cedere all’ennesimo tentativo non andato in porto. A quel punto impari ad odiare  tutti i maledetti drivers dei taxi gialli che non ti danno uno strappo fino a casa.

Apro la porta posteriore e lo vedo. Il conducente. E’ un uomo di colore, non giovanissimo, anzi, potrebbe avere pure 70 anni, posso scorgergli dei capelli bianchi  nonostante la luce opaca  della notte.

New_York_night_during_a_break_in_the_rain_(9492518284)E’ un rasta. Per un attimo mi si gela il sangue. Mi sento paralizzata.

Lui mi risponde che si’, quel mattino, alle sei, mi avrebbe accompagnata fino in Queens, al numero 31-50 della 33esima Street, all’incrocio con la Broadway.

Prima di spostarmi in Queens, appena arrivata a New York, ho vissuto per  otto mesi a Spanish Harlem. Una tragedia. Per me. I mesi piu’ lunghi e terribili della mia vita.

In un pomeriggio di mezza estate, poco prima di raggiungere la palazzina dove abitavo, sono stata derubata da due ragazzini, uno Afroamericano e uno Portoricano. Mi sono rivolta alla polizia, ho dovuto prima identificare uno dei due tipi , in seguito mi sono  recata in tribunale a depositare la mia testimonianza. Tutto cio’ e’ stato di per se’ abbastanza snervante, ma  ho in seguito ripreso la mia vita normalmente.

Una sera di dicembre,stavo rincasando dal lavoro, sono entrata nel mio palazzo,  e un ragazzo di colore mi ha puntato un coltello allo stomaco e mi ha chiesto i soldi e il mio anello.

Era un rasta. Probabilmente fatto, drogato e pieno di crack.

Ho riportato anche quella volta il fatto alla polizia, ma poi non ho voluto procedere oltre. Non ne volevo sapere. Volevo solo che mi lasciassero in pace, Tutti. Dopo lo spiacevole episodio non riuscivo neppure ad aprire la porta del mio appartamento perche’ mi tremava la mano. Da quella volta i rasta mi fanno paura.

Questo  taxi driver e’ un rasta. Di origini giamaicane, a giudicare dal suo accento inglese.

Deglutisco piano, cercando di non darlo a vedere. Di non fargli capire che ho paura.

Mi riesce bene, perche’ il  conducente si volta verso di me, e mi sorride cordialmente.

Allora, partenza! mi avverte il conducente rasta.

Salgo. Mi viene spontaneo afflosciarmi sul sedile posteriore. Lo faccio sempre quando sono stanca. Soprattutto quando sono ubriaca. Mi aiuta a rilassarmi, a dimenticare certe  situazioni tragiche, molto spesso mi aiuta anche a soffocare i singhiozzi  di un amore non corrisposto,   il piu’ delle volte  consumato in un week end veloce e privo di senso.

Il taxi giallo e’ pulito. C’e un odore di buono all’interno, un’ esotica mescolanza di sandalo e di tabacco, di quello prezioso, che dolcemente si congiungono  ad  un’essenza lievemente percettibile di vaniglia. E’ il mio punto di forza.

Riesco a riconoscere odori e profumi ovunque, li memorizzo facilmente dentro la mia testa e la mia anima, e sono in grado di farli rivivere nei miei ricordi, a volte in contesti cosi’ assurdi che non hanno nessun legame con gli ambienti  dove  avevo annusato quegli aromi la prima volta.
Mi sento a mio agio.

Da dove vieni signorina?

E’ il taxi driver che mi rivolge la parola. Non e’ la prima volta. Non e’ la prima volta che un conducente cerca di intavolare una conversazione con me. Anzi, direi che e’ raro il caso in cui un tassista non mi parli, specialmente quando sto viaggiando  da sola. Praticamente, sempre.

Taxi drivers a New  York City.

Di tutte le razze, di tutti i caratteri, popolo della notte che non si diverte e non si ubriaca, che guida e che cerca di sopravvivere.yello cab perfetto

Gli spiego che sono Italiana e  che sono stata trasferita a New York per motivi di lavoro. E bla bla bla.

Quante volte, da quando abito in questa citta’,  ho dovuto raccontare sempre la solita trafila, la solita noiosa pappardella di prassi, senza ne’ emozione, ne’ convinzione, come se parlassi di un’altra persona, ma non di me.

Bla bla bla.

Come e’ andato il party stasera?  Mi chiede ancora.

Il driver, il taxi driver.

Lo guardo bene, lo osservo con i miei occhi interessati. Sono sveglia. L’incontro un po’ traumatico  con lui mi ha resa di nuovo vigile e attenta. Ho dimenticato i miei piedi stanchi e i miei stivali rotti. Il mio  alluce sporge nudo dalla vernice nera e lacerata della pelle della scarpa. Lo vedo fare capolino come il volto vivace di un bimbo che cerca delle risposte ai suoi mille infantili perche’.

Alzo di nuovo il mio viso. Mi sposto la frangetta scura che mi copre il viso. Voglio vedere.

Come e’ andato il party stasera?

Mio papa’.

Quando lo chiamo il venerdi’ dall’ufficio, mentre sto ancora lavorando, mio papa’ mi dice sempre: Fai un buon week-end! Mi raccomando!. Mio padre. Ho cominciato ad amarlo solo da quando mi sono spostata in un’altra citta’. Di un amore ancora aspro e adolescenziale. Il lunedi’ solitamente lo chiamo ancora dall’ufficio,  e lui : Allora, amore, come e’ andato il week-end?.

Un rasta che mi chiede come e’ andato il party. Suona come la voce di mio padre che mi chiede come e’ andato il week-end.

Affetto a  prima vista, in un mattino di autunno.

Cool! – ribatto, un po’ schematica , non ho altro da aggiungere.

Potrei avere detto anche “ganzo” o “fico”. Sto pensando in Italiano, la mia lingua. Non sto pensando in Inglese adesso. Sono ancora troppo scossa emotivamente per pensare in Inglese. Quando  sono scossa, io penso nella mia lingua. Mi aggrappo con le due mani all’orlo della piccola finestra aperta che in tutti i taxi divide lo spazio del conducente da quello del passeggero.

Sembro un pappagallino  un po’ impaurito e stanco,  appoggiato ad un trespolo. Sento la anomala necessita’ di avvicinarmi fisicamente a questo uomo che guida.

Un po’ di musica? e’ lui a riprendere la conversazione e il suono della sua voce e’ pacato e gentile.

Musica. Musica sempre, ovunque.

Non potrei nemmeno immaginarmi di vivere in un mondo senza musica. La prima cosa che faccio
quando rientro a casa e’ accendere la radio, la mia piccola vecchia radio, comprata a pochi soldi in un negozio invisibile di Harlem. La musica mi ha aiutata a sopravvivere in molte situazioni. Le note musicali sono  come una preghiera recitata ad alta voce.  Sono ricordi  idi ambienti familiari e di persone care.

taxi driverLa musica e’ il battito del mio cuore. E’ il profumo del mio corpo.

Grazie alla musica ho imparato ad amare  tutto il mio corpo. Ho imparato a non rincorrere la perfezione fisica con estenuanti digiuni.

Nel mio appartamento di Spanish Harlem ho ballato tante volte da sola, ammirando l’immagine di me
stessa in movimento riflettersi sui vetri scuri delle finestre del salotto. Con questa forma di ballo solitario ho cominciato a piacermi, a rispettarmi e a valorizzarmi. Ho cominciato a voler bene alle mie forme in movimento, alla mia immagine riflessa.

Il mio corpo ha imparato a seguire i diversi ritmi delle canzoni. Si e’ fatto piu’ flessibile, armonioso, scattante e aggraziato. Sono diventata piu’ sensuale. Non riesco a rimanere immobile quando ascolto della buona musica, non ce la faccio.

Perche’ no? rispondo rapida.

Non so cosa aspettarmi. Da questo driver rasta. Non lo conosco. Non provo neppure ad indovinare i suoi gusti musicali.

Immagino ambienti fumosi, locali bassi e poco illuminati, tavolini  rotondi di fronte ad un ristretto
palcoscenico, e nel mezzo un cantante di colore in completo gessato che intona pezzi di jazz. E poi un’orchestrina che lo accompagna  seduttiva e accattivante.

Buena Vista Social Club! lo sento dire.

Ah, Ecco. Non sono affatto sorpresa. Diamo inizio alle danze.

Mentre continua a guidare, il taxista ondeggia la testa al ritmo latino e un po’ melanconico della musica cubana. Queste note sono semplicemente adorabili.

Conosco a memoria le parole delle canzoni dei Buena Vista Social Club. Mi riesce facile e naturale canticchiare in Spagnolo. Lo faccio.

Il driver rasta mi segue, canta a voce alta insieme a me.  Sembriamo due amici al bar. Sto bene. Lui sposta lo specchietto retrovisore per catturare la mia immagine.

Posso vedere riflessi i miei occhi scuri che cantano. Li sento muoversi e ballare vivaci.

Il rasta  mi sta guardando  e cerca di adeguare il suo ritmo al mio. Al ritmo dei miei occhi. Tamburello ambo le mani sulla superficie liscia e appiccicosa del ciglio della finestrella divisoria.

Quattro occhi neri che cantano e che ridono.

Il ritorno alla realta’ e’ un po’ duro. Apro la mia piccola borsetta per controllare di non aver perso nulla , ne estraggo il mio portafoglio preferito dell Diesel e scopro con mio sommo disappunto di essere completamente al verde. Non ho neppure la carta di credito con me. Nulla. Zero. Ho speso tutti i miei soldi stasera. Non ho piu’ nulla.

Shit! Merda! Non ho neanche un soldo per pagare la corsa.

Non ho soldi. Niente.

Non ho soldi, non ho contanti, nulla. Non posso pagarti . Puoi fermarti davanti ad uno sportello bancomat che prelevo dei contanti? gli chiedo un po’ patetica e un po’ rassegnata.

Non e’ la prima volta che mi capita.

Il fine settimana non mi pongo nessun limite. Faccio tutto quello che ho voglia di fare. Spesso spendo i soldi la sera prima e il giorno dopo non mi ricordo nemmeno dove li ho spesi.

Altre volte ho dovuto espressamente richiedere ai tassisti di fermarsi ad uno sportello per farmi prelevare. Alcuni di loro, a questa mia richiesta, si infastidiscono.

I tassisti  Indiani solitamente sono i peggiori. Cominciano a storcere il naso e anche la bocca, imprecano, e  sbuffano, facendomi sentire in colpa per tutto il resto della corsa.

Nessun problema. Riusciremo pur a trovare una banca in questa citta’ dei balocchi, no?  mi dice il rasta e mi strizza l’occhio.

Il taxi giallo danza elegantemente attraverso la griglia di  Manhattan.

Le insegne rosse e blu di una Bank Of America  appaiono ben presto all’orizzonte. A pennello. Tengo il mio conto nella Bank of American. Non devo pagare tariffe aggiuntive per prelievi da banche diverse.

Scendo dall’automobile molto pigramente. Mi volto a guardare il mio conducente.

Mi chiamo Beatrice gli urlo dietro, pronunciando dal nulla questa frase apparentemente  banale  e senza senso.

Ma in  questo momento voglio solo che lui sappia il mio nome. Devi sapere come mi chiamo. Tu. Tu devi sapere. L’uomo solleva il pollice in alto con un cenno di approvazione.

Spero non se ne vada. Non andartene. Aspettami. Non puoi lasciarmi qui.

Ho bisogno di annusare ancora il profumo del tuo sigaro. Ho  bisogno di ballare ancora con i Buena Vista Social Club e la loro  Dos Gardenias para ti…….come vorrei che qualcuno mi portasse dei fiori adesso, per sentirmi meno sola.

Rose rosse per te, ho portato stasera, la ..la …la…

Mi volto a guardarlo. Di nuovo. Per la seconda volta.

Deve aver capito che mi sento persa. Abbassa il finestrino. Mi alza il pollice , mi fa l’occholino e mi fa cenno di ascoltare con le mie orecchie. E io lo ascolto, ascolto il suo consiglio che viene dal cuore.

E posso sentire dal finestrino aperto il battito delle canzoni dei Buena Vista che mi accompagnano  con il loro accento ispanico, che odora di mare e di rum. Raggiungo lo sportello bancomat e mi accorgo che il mio cuore batte forte.

Ho freddo.

Adesso mi giro e lui non c’e’ piu’ . Il mio cuore batte e batte. Tam . Tam . Tam. Non voglio che il mio taxi giallo sparisca. Sto per mettermi a piangere.

Digito il PIN sul display dello sportello.

Ho sempre paura di  dimenticarmi il mio PIN. Un giorno succedera’ . Dimentichero’ anche la mia password, il mio ID, e non esistero’ piu’ alla fine.

Mi chiamo Beatrice. Cerco di ripetermelo ogni giorno. Cerco di ripetermelo anche stasera.

Mi chiamo. Beatrice. Cosi’ mi chiamo. Non andare via, ti prego. Portami a casa. Resta con me..

Recupero le banconote sputate dalla fessura dello sportello. Non so neppure quanto ho prelevato. Soldi , soldi per vivere. Soldi per pagare il mio driver rasta.

Mi volto. E lo vedo. Eccolo li’. Il taxi giallo. E il rasta  sta ancora ondeggiando la testa per tenermi compagnia. Ho trovato Il mio rifugio per stasera. Salgo. Proseguiamo la corsa notturna. Potrebbe avere due ali questo yellow cab.

Attraversiamo delicati e leggeri il Queensboro, il ponte che unisce la citta’ di Manhattan al territorio del Queens. Lui mi parla della sua vita, della Giamaica, di sua moglie e dei suoi figli , e mi chiede di me.

Io parlo di me, della mia vita, dell’Italia, degli spaghetti al pomodoro , del Limoncello e di mia sorella.

Ci lasciamo alle spalle i grattacieli e le sirene della citta’ che non dorme mai.

Non voglio scendere mai piu’ da questo taxi giallo.

Non voglio.


Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

Yellow cabs night NY

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