Il tempo degli addii

amsterdamTestimonianza inviataci da Beatrice, Amsterdam


Il venerdì sera alle 22 i ristoranti olandesi si svuotano e i pub si riempiono.

Non ad Amsterdam.

Qui la percentuale di expat è altissima e lo stile di vita della città cerca di adeguarsi alle loro esigenze.

Noi abbiamo un tavolo prenotato per le 21:45 in una pizzeria, in uno dei quartieri festaioli della città.

L’occasione ufficiale è un compleanno, anche se il festeggiato sostiene che non ci sia nulla da celebrare.

E’ la prima volta che esco con la maggior parte di queste persone, in realtà conosco praticamente solo il festeggiato.

Non so se voglio entrare, se voglio passare una serata con italiani in Olanda.

Arriviamo in ritardo, ma per fortuna gli altri hanno già fermato il tavolo e assicurato che ordineremo a breve, così poi la cucina può chiudere.

Una tavolata di nove persone: otto italiani e una ragazza belga da anni fidanzata con un ragazzo italiano, per cui la lingua non è più un problema. Il clima è allegro, complice il profumo di pizza nel locale e i primi drink che iniziano ad arrivare.

Dopo le presentazioni di rito, la conversazione si sposta su terreni comuni agli altri invitati e io resto per lo più ad ascoltare. Quando arrivano le pizze mi scopro a parlare italiano senza bisogno di tradurre, cosa che da settembre non è praticamente mai accaduta perchè a Rotterdam, nel gruppo di amici con cui esco, c’è sempre qualche international.

Si parla dell’Italia, dei luoghi di origine, dell’università e della vita qui.

Siamo tutti expat; io sono l’unica studentessa.

Tutti in Olanda da più anni, tutti abituati ai ritmi, alla lingua, al tempo di questo paese e, per questo, la serata sembra ancora più irreale.

La conversazione cade sul lavoro.

Tutti lavorano per grandi aziende, parlando in inglese con colleghi da tutto il mondo. Un lavoro che potenzialmente potrebbe essere fatto da chiunque in qualunque parte del mondo. La lingua è universale, l’ambiente di lavoro è il più internazionale possibile.

La pizza è nella media per una pizzeria italiana, sicuramente buona per gli standard olandesi. Ordiniamo il dolce, tiramisù per tutti. Perchè se si deve fare una serata italiana, si deve andare fino in fondo. Finito il dolce, qualcuno torna a casa. E’ già mezzanotte passata e le settimane lavorative olandesi, con i ritmi frenetici e gli spostamenti da una città all’altra, sono stancanti. Per fortuna c’è il weekend.

Con chi rimane, andiamo in un pub a bere una birra.

Dopo aver fatto qualche giro di perlustrazione, finiamo per entrare nell’unico posto che ha un tavolo libero. Il posto è carino, si sta svuotando perché per gli olandesi è già tardi.

La conversazione si porta verso la politica (italiana ovviamente), per poi virare velocemente verso i progetti per il futuro. Una coppia ha appena iniziato a convivere qui, nella città dove si sono conosciuti. Un ragazzo ha appena cambiato lavoro. Un altro ne sta cercando uno migliore.

Alle 2 ci alziamo e iniziamo a incamminarci verso casa. E’ il momento dei saluti.

L’argomento di conversazione che è stato evitato fino ad ora esce allo scoperto.

Uno dei ragazzi partirà domani per Dublino. Ha ricevuto una fantastica offerta di trasferimento dall’azienda per cui lavora, non poteva rifiutare. Dopo quasi quattro anni in Olanda, due di master e quasi due di lavoro, ha deciso di trasferirsi in un altro paese, che non è l’Italia. Tutti lo abbracciano, lui continua a ripetere che è solo un arrivederci, non un addio.

Sono stati un gruppo, in questi anni, tornerà a trovarli. C’è chi augura in bocca al lupo, chi spera di rivedersi presto.

Tutti stavano pensando “e se fossi io? Sarei pronto a rifare tutta la fatica fatta finora per costruirmi una vita in altro posto?”

Siamo tutti emigrati per lavorare o per studiare e cercare lavoro in un paese che sta crescendo e non colando a picco.

Tutti hanno promesso di tenersi in contatto. Sarà possibile?

Quante volte siamo stati l’amico che se ne andava all’estero? Siamo noi che tutte le estati e tutti gli anni a Natale ripetiamo ad amici e parenti che resteremo in contatto, che ci rivedremo presto, che prima o poi torneremo e che il rapporto resterà invariato.

E’ facile se sappiamo che basta tornare nella propria città per rivedere tutte le persone della nostra vita italiana.

Ora siamo dall’altra parte.

Non siamo noi ad andare verso i controlli di sicurezza e salutare chi resta con il biglietto in mano pensando già alla lavatrice da fare appena arrivati nella nostra altra casa, nella nostra altra vita. Questa volta noi resteremo giù dall’aereo e, per la prima volta (anche se forse era la prima solo per me), ci sentiremo abbandonati.

Razionalmente condividiamo la scelta del nostro amico.

Ha scelto di migliorarsi e realizzarsi dal punto di vista lavorativo. E’ stato ambizioso e sta raccogliendo i frutti di anni di duro lavoro. Eppure, è un pezzetto del nostro universo olandese che se ne va e ci lascia con un tassello vuoto nello schema del nostro personal network.

Perché alla fine, è il network che ci creiamo intorno quello che ci salva, che ci fa restare a galla.

Sono le pizze la sera tardi e le chiacchiere nella nostra lingua che ci fanno sopravvivere senza la nostra famiglia, quando la sera torniamo a casa stanchi e i nostri coinquilini (per i fortunati che non possono permettersi uno studio da soli) non hanno voglia di parlare.

Sono gli amici che arrivano a ogni ora del giorno per un caffè, quelli con cui basta una telefonata 5 minuti prima e non serve prendere appuntamento con settimane di anticipo.

Quando si emigra all’estero, si prova anche un po’ di fastidio per chi lasciamo in Italia e ci chiede di telefonare più spesso e ci fa sentire in colpa per la distanza che abbiamo messo tra noi e loro.

Ci sentiamo incompresi.

Ma quando è uno dei nostri amici expat a ripartire per un’altra meta, siamo noi a sentirci abbandonati e capiamo che, in fondo, nemmeno dall’altra parte dei controlli di sicurezza è così facile.

addii

3 commenti
  1. Giulia
    Giulia dice:

    ciao Beatrice!
    Ho vissuto un anno in olanda, a Leiden, e riconosco nelle tue parole la realtà olandese super internazionale e un paese che cresce, non che cola a picco… ed anche io sono stata quella che se n’è andata, tornando a casa. Il vuoto che ho lasciato nella mia piccola comunità di riferimento l’ho capito con il tempo, mentre l’affetto e l’attaccamento incredibile che c’era fra di noi mi era chiaro immediatamente. Quando si è all’estero insieme e si condivide la lontananza da casa e la mancanza delle certezze si creano dei rapporti intensi, speciali. Ma anche per chi se ne va, non è facile. Ed anche se sono tornata in italia, a casa mia, quel che mi ha stupito di più è quanto io mi senta diversa ora qui e quanto i rapporti di casa siano così profondamente diversi dalla “famiglia acquisita” che si crea all’estero!

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    • Beatrice
      Beatrice dice:

      Cara Giulia,
      ti ringrazio per il tuo commento, perché sapendo che altri hanno provato le stesse emozioni ci fa sentire meno soli. Questo articolo è stato scritto tempo fa anche se ho deciso di pubblicarlo di recente. Ora sono tornata anche io in Italia, anche se non so ancora se definitivamente o solo momentaneamente, per cui capisco anche il tuo sentirti spaesata nel reinserimento nella vita di tutti i giorni. Anche io ogni tanto sento la mancanza della mia “famiglia olandese” come là sentivo la mancanza della mia vita italiana.

      Rispondi
  2. Silvia-Lille
    Silvia-Lille dice:

    Ciao Beatrice,
    molto bello e vero il tuo articolo.

    Anche io studio all’estero e mi ritrovo molto nelle tue parole. Sono arrivata al punto di evitare di affezionarmi alle persone e anche se è brutto da dire, mi viene proprio naturale, perché so che poi tanto non le rivedrò più. Quindi perché soffrire ancora?

    Ed è terribile quando sono gli altri a partire e tu a dover restare. é come se un pezzo di te se ne andasse. Ricordo che in quei momenti ho capito davvero cosa vuol dire sentirsi abbandonati e soli.

    Un abbraccio,
    Silvia:)

    Rispondi

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