La terra dei dragoni e delle fenici

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Quando, a diciotto anni, ho deciso di studiare il cinese credevo che la motivazione fosse il lavoro.

Tutti mi dicevano che il cinese era “la lingua del futuro”, che grazie ad esso avrei “guadagnato un sacco di soldi.”

La verità, la mia verità, in fondo era un’altra, solo che non lo sapevo: volevo viaggiare, volevo andare dall’altra parte del mondo, volevo seguire le orme dei grandi esploratori del passato o dei giornalisti del Novecento.

Insomma, volevo l’Asia.

Per un attimo mi era passato per la testa di studiare il giapponese, ma il Paese del Sol Levante mi pareva troppo avanzato, troppo tecnologico, troppo poco esotico.

Quindi ho optato per una delle lingue più folli che ci siano su questo pianeta e, di conseguenza, anche per uno dei Paesi più folli.

Dicevano il vero: con il cinese i soldi si guadagnano, ma solo se lavori nelle grandi aziende, nell’import-export o se percorri una carriera diplomatica.

Non farai i soldi se guardando la pagina delle immatricolazioni clicchi sul percorso “Lingue e culture della Cina”, un corso dove si studiano le bellissime opere letterarie di questo bellissimo e antichissimo Paese, dove si analizzano gli ideogrammi sulle listarelle di bambù legate da corde e unite in quelli che erano i primi libri dell’Asia; o se sfogli volumi fotografici con gli scatti ai disegni oracolari sui carapaci delle tartarughe.

“Vai a studiare il percorso economico, la Cina oggi è il più grande esportatore mondiale, guadagnerai un sacco” mi diceva una vocina nella testa e io la soffocavo leggendo delle differenze tra Confucianesimo e Taoismo, perdendomi in fumosi sogni di camere rosse riscaldate da kang di pietra nei grandi classici dell’epoca Ming, studiando le cronologie delle varie dinastie che si sono succedute in quattromila anni di guerre, inganni, omicidi, usurpazioni e chi più ne ha più ne metta.

Studiavo e immaginavo quel mondo lontano decorato da lanterne rosse, donnine che dondolavano nei piedi fasciati dolorosamente, mandarini con un’unica lunga treccia sul cranio pelato.

Passavo ore e ore a compilare liste di caratteri per cercare di metterli in ordine nella mia testa, confusa da tutti quei tratti. Una lingua senza alfabeto, con un ideogramma per ogni parola: che popolo poteva mai essere quello che aveva creato questo pazzo sistema di scrittura accompagnato, come se non bastasse, da suoni tutti simili tra loro ma differenziati da quella che è la croce di ogni studente di cinese, i toni? Basta una modulazione leggermente diversa della voce per mandare in crisi un cinese e allora inizi a preoccuparti: cosa avrò mai detto di male? Volevo solo ordinare un piatto di noodles.

Alla fine ce la si fa a laurearsi e anche a comunicare con gli abitanti del Regno del Centro, forse anche a imparare la loro complessa etichetta che è esattamente l’opposto della nostra.

Dopo la laurea triennale ero ancora in tempo per cambiare percorso, scegliere di studiare l’economia di questa potenza mondiale o di fare un tirocinio in un’azienda; invece, ancora una volta mi sono ritrovata a leggere la storia delle rivoluzioni del Novecento, la caduta del plurimillenario impero e l’ascesa di Mao Zedong, la letteratura taiwanese, finendo per scrivere una tesi sulla narrativa queer di Formosa.

Ora eccomi, qua bollata come una traduttrice/letterata pronta per essere sfruttata da agenzie di traduzione e case editrici che pagano in noccioline.

Mentre tutti attorno a te fanno carriera in uffici e aziende, tu cerchi di vendere le traduzioni in italiano dalla letteratura taiwanese, con molto scarso successo. Quello dell’editoria è un campo in calo in Italia, la produzione cinese, poi, chi la conosce?

Qualcuno ha sentito parlare di Mo Yan e basta così.

Allora cosa fai? Prepari la valigia, saluti la tua amata città adagiata sulle acque, i suoi monumenti antichi stuprati dal turismo di massa, prendi un bus fino all’aeroporto che porta il promettente nome di “Marco Polo” e, come il tuo concittadino ottocento anni prima, parti diretta versa la terra dei dragoni e delle fenici.

2 commenti
  1. Antonio Borghesi
    Antonio Borghesi dice:

    Alessandra non solo sei una scrittrice di talento con molta fantasia ma anche un’ottima giornalista. Manda tutte le informazioni che trovi su quell’ancora sconosciuto paese e io le leggerò molto volentieri. Poi, mio chiodo fisso, se tu scoprissi come funziona il mondo editoriale cinese… le noccioline potrebbero essere moltissime.

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