The hardest (EX)PArT

chitarra-bianco-nero

Photo Credits: Pixnio, Vladyslav Dukhin

Con la speranza che, nella vigilia di quest’ultimo trasloco, potrete rendere eterne queste parole troppo spesso scritte, poco spesso dette, sempre pensate…

Testimonianza inviataci da Feliciana Chieradia

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Un riassunto della mia vita potrebbe essere il seguente: un trasloco dalla mia calda amata Barcellona al rapporto di amore misto ad odio con la fredda Germania; uno (pseudo) lungo, grande amore iniziato nei dintorni di Plaça Cataluña e finito durante un primo (vero) Erasmus a Roma; un ritorno imminente in quel di Monaco di Baviera ed un futuro prossimo da pianificare in Portogallo (chissà).

Gli anni passano, come le cose, i posti e le persone. E (non) vi nascondo che questo inizia a pesare.

La mancanza di mancanza diventa stereotipo e pregiudizio al contempo che, da esperienza isolata, —-isolate-, diventa plurale.

The hardest (EX)PArT: quello che le donne (non) dicono è che c’è una parte che soffre, una parte che perde l’accordo quando la voce dei saluti si spezza iniziando a cantare quella (stessa) canzone che, volente o nolente, racconta di quello che (non) sarebbe potuto essere.

La parte degli “e se…”, delle cose (im)possibili, degli addii imminenti e della fine di un’avventura che segna l’inizio di un’altra che, a lungo andare, (non) stanca.

Questo è dedicato ad un “e se…” (in)aspettato, che, come tutte le cose improvvise e belle che la vita da immigrate ha in serbo per noi, continuiamo a portarci nel cuore: con la speranza e gli occhi di chi (in)utilmente sogna, fa la valigia, parte e crede.

Crede nella destinazione e nel viaggio. Crede nelle opportunità prese ma anche in quelle perse. Crede nelle (dis)illusioni. Crede nell’amore in generale e (non) in particolare. O crede di (non) creder(ci). È dedicato a Roma. Al Tevere e ai suoi tramonti colorati. Alla spazzatura che (non) profuma -un briciolo di fantasia ci vuole-. Ai ragazzi di vita e alla vita da ragazzi. All’Italia che unisce e divide e (ci) fa incontrare.

Di lui non sapeva quasi nulla.

(In questo momento storico) le piacevano le persone silenziose o, più che silenziose, quelle che parlano quando devono parlare e tacciono quando devono tacere. Sapeva però che amava Billy Joel, in particolar modo la canzone “Vienna” e quindi, di conseguenza, era (quasi) certa si ritenesse un ragazzo ambizioso e intelligente. E (forse) lo era.

Si erano conosciuti in una notte (non) di mezza estate, tra il Satyrus ed il Magic Bar di Roma. Gli incontri, sporadicamente  spontanei e spontaneamente sporadici, contribuivano a svelare un qualcosa in più, davano la/una risposta in più, aggiungendo un pezzo in più a quel puzzle che (non) volevo finire.

C’era sempre però qualcosa da (non) voler raccontare, qualcosa che volevano lasciare per un’altra vita dove lei avrebbe abitato a Parigi e non a Monaco di Baviera.

Qualcos’altro c’era, però, che non mancava mai e quel qualcos’altro era la musica. 

La musica di quando, dal finestrino abbiamo visto l’Auditorium e ho raccontato degli Arctic Monkeys e lui ha detto che sarei potuta essere La (sua) Ragazza, quella di Alicia Keys alla chitarra la prima sera in cui mi invitò per una sigaretta ed una jam, che dice che “some people think that the physical things define what’s within” ma io non ci ho mai pensato alla tua gamba, quella dei Beach House il cui cantante adesso ha iniziato un progetto da solista.

E poi Piaf sempre presente, You Only Live Once sul treno da Napoli dove (non) troviamo posto, Léo Ferré per la descrizione de “la fesse”, Flavien Berger per la tonsillite acuta, e i Beatles a colazione.

“Let it be” é difatti l’augurio, l’ammonizione, il mantra. Ed implica un carico di emozioni che ti fanno perdere l’accordo perché due voci rimarranno sempre meglio che una.

Bonne Chance, mon (pas) ami.

uccelli

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