Le tradizioni e il lessico famigliare

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Ogni famiglia, si sa, sviluppa con gli anni le proprie tradizioni ed un proprio lessico.

Nella mia sgangherata famiglia ricostituita, queste tradizioni e questo lessico divengono il filo sottile che tiene unito il prima con il dopo.

Si ricuce il tempo in cui eravamo in due e poi sono arrivati due figli; il tempo in cui siamo stati io e tre bambini ed il tempo presente, in cui siamo due adulti  in svantaggio rispetto a tre bambini ed un ragazzino. 

Una di queste tradizioni è quella del cucinare insieme.

Nonostante io non sia una “Marie Kondo” provetta,  non abbia doti di casalinga molto sviluppate in quanto la mia vita é una perenne lotta contro l’entropia della casa, ho sempre amato lasciar pasticciare in cucina i miei figli.

Sforniamo assieme biscotti a Natale, da regalare ai vicini, agli insegnanti e agli amici, prepariamo tortellini a Capodanno come in una catena di montaggio (vi assicuro: ci vuole tempo e pazienza per farli imparare, ma le manine piccole e sottili dei bimbi sono perfette per arrotolare i tortellini) torte e crostate tutto l’anno per colazioni e merende, gelati e frullati di frutta, pasta fresca e ‘pupe’ a Pasqua. 

Le pupe sono dei pupazzi in pasta frolla (in genere delle donne con lunghe gonne oppure agnelli e cavalli) tipiche della tradizione rurale abruzzese.

La nostra famiglia, che è approdata in Abruzzo 6 anni fa, in realtà ha sempre subito l’influenza delle usanze e della cucina abruzzese perché entrambi i miei genitori lo sono, seppur giovanissimi migranti in giro per l’Italia del centro e del nord (da quasi 40 anni in Veneto).

Le pupe erano un tipico dono contadino associato alle ricorrenze religiose, avevano tutte al centro un uovo sodo simbolo di vita, fecondità e rinascita che le nonne preparavano per i nipoti, le famiglie degli sposi per i consuoceri, da consumare durante banchetti importanti come la mattina di Pasqua o la cena di fidanzamento di una coppia.

Io ho sempre fatto preparare ai miei bambini queste pupe durante la settimana santa.

Realizzate con impasti di pasta frolla di diversi colori, e per loro è sempre stata una gioia decorarle a proprio piacimento con zuccherini e frutta secca.

L’anno scorso mio figlio Javier volle realizzarne una a forma di bandiera italiana, su cui scrisse con lettere di biscotto “andrà tutto bene”. Quest’anno ha preferito glissare sull’attualità e ha preparato un semplice cavallo… 

A Pasqua, in qualsiasi angolo di mondo ci trovassimo, abbiamo sempre dipinto le uova sode, così come facevo io da bambina assieme a mia cugina Francesca.

Ricordo che facevamo a gara perchè le nostre uova fossero le più artistiche.

Avevamo a disposizione solo le matite colorate dato che trascorrevamo la Pasqua nella casa in montagna di famiglia, in un borgo sperduto della provincia aquilana in cui non è mai stato presente nemmeno un negozio di alimentari; quindi non sarebbe mai stato possibile reperire tempere o altri colori.

Poi ci sentivamo soddisfatte se a pranzo, aspettando il secondo, gli adulti sceglievano di mangiare le nostre uova, poco male se il nostro sforzo artistico veniva sbucciato e distrutto.

I miei figli invece decorano le uova sode con coloranti naturali.

Ho fatto loro scoprire le proprietà tintorie del cavolo rosso, della curcuma, degli spinaci, della buccia di cipolla! Oppure con le tempere, ma poi non le può mangiare nessuno perchè sono le loro opere artistiche e figurati se ci permettono di distruggerle!

Così, in genere, le metto come centrotavola assieme a fiori e foglie e poi, dopo Pasqua, lontano da occhi indiscreti, le consumo di nascosto un po’ alla volta o sono costretta a darle al cane.

Quest’anno ho deciso di acquistare delle pratiche uova di plastica corredate di gancetto per appenderle, così hanno potuto dipingerle prima ed usarle poi come decorazione per la casa. L’anno prossimo, con una passata sotto l’acqua, dovrei poterle far tornare come nuove e riproporgliele, senza sprecare le uova sode. 

Quando vivevamo in Guatemala, in cui convivono un pout pourri di religioni diverse, mischiate alle tradizioni maya, la Pasqua veniva celebrata diversamente.

C’erano solo con processioni solenni in cui delle congregazioni di uomini incappucciati sorreggono degli altari enormi, camminando a fatica su meravigliosi tappeti colorati di fiori e segatura. Questi tappeti durano solo il tempo di ammirarli. Sono realizzati dalla gente che vive lungo le strade che la processione attraversa. Niente uova di cioccolato, niente gita di pasquetta, niente pranzo.

Una notevole differenza climatica fa si che, qui in Italia, la Pasqua corrisponda anche con l’arrivo della primavera.

Si percepisce il risveglio della natura, é tutto uno spuntare di gemme verdi sui rami, uno sbocciare di fiori di mandorlo e melo. In Guatemala, invece, non esistono le stagioni marcate, quindi non si nota alcun cambiamento e questo, a mio parere, toglie ancora più la gioia della festa. 

Per i bambini, durante il nostro espatrio all’estero, è stato fondamentale conservare le nostre usanze.

Perciò, anche se le uova di cioccolato non le hanno potute aprire, ho fatto in modo che anche in Guatemala preparassero  le pupe e le uova sode colorate. 

Insomma, siamo riusciti a ricreare in qualche modo la dimensione familiare della festa, a crearci una nostra “bolla” in cui celebrare la Pasqua.

Penso che anche oggi, che siamo costretti a stare chiusi in casa, che non sarà possibile fare la gita fuori porta, che non avremo un pranzo sontuoso perché non ci saranno i parenti, le nostre tradizioni familiari saranno l’appiglio di cui abbiamo bisogno per sentire che la vita vince, la rinascita avviene. 

Anche se tutto cambia intorno a noi ed il futuro é sempre più confuso, la famiglia resta la nostra certezza. 

E, allo stesso modo, in questo giorno in cui si percepisce forte la vita che si rinnova nonostante tutto, vi auguro di trovare il senso della festa nella sicurezza delle tradizioni e dei vostri ricordi!

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