Un po’ come rinascere

vicni

Stamattina apro gli occhi e avevo già mal di testa.

Una stilettata nella tempia destra.

Sgranchisco i piedi, stendo le braccia in alto e mi stiracchio come fanno i gatti.

Mi siedo sul bordo del letto. La forza di gravità si fa sempre più pesante, più presente.

Mi infilo dei pantaloni e mi dirigo in cucina.

Accendo il fornello dove c´è già la moka preparata da ieri sera.

Non importa se ho dormito male, se non ho dormito, se ho dormito troppo, se sono in ritardo o se in ufficio c’è la colazione: un espresso della moka è il mio saluto al sole. Come un rito, un appuntamento romantico, stesso posto stessa ora: quello è il caffè più buono della giornata.

Esco di casa sempre dopo il mio vicino. Lo sento, quando io mi allaccio le scarpe lui chiude la porta di casa alle sue spalle. È talmente puntuale che a volte lo uso come orologio.

Se non fosse scritto sulla buca delle lettere, non saprei nemmeno come si chiamano, i miei vicini.

Qui non esiste la cultura del vicinato. Ognuno si fa gli affari suoi. Ci si saluta, per educazione e cortesia, ma non si va oltre, non ce n’è bisogno.

In tutta la mia permanenza in Germania, questa è la prima volta che ho dei veri e propri vicini.

Nella prima casa non ne avevo, nella seconda erano i padroni di casa, ad oggi ho proprio dovuto abituarmi al fatto di averne.

Ogni tanto devo suonare alla loro porta perché hanno ritirato dei pacchetti per me.

Sono sempre un po’ titubante perché chissà, magari gli scoccia farlo ma sono troppo cortesi per dirmelo, così un giorno saranno costretti a mettermi le consegne direttamente sul tappetino di ingresso per lanciarmi questo messaggio di “ora basta”. L´unica volta che loro hanno suonato alla nostra, di porta, è stato perché abbiamo accidentalmente lasciato le chiavi nella serratura.

Una volta, in tre anni e mezzo.

Non fraintendetemi, non sono maleducati e non sono nemmeno antipatici. È solo che farsi gli affari propri è una forma di rispetto. Nessun tedesco ti verrà mai a suonare alla porta per chiederti dello zucchero alle dieci di sera, piuttosto si veste e va a piedi al chiosco più vicino.

Esco di casa, 14 gradi al 20 di Agosto.

Mentre cammino verso la fermata del tram, vedo un uomo che si fa il nodo alla cravatta specchiandosi nel finestrino della sua auto. Più avanti arriva a passo di lumaca la solita signora che non saluta mai, con appresso il suo bolognese. L’amico a quattro zampe deve avere un disturbo dell’attenzione, per fare tre metri ci mette un quarto d’ora, si distrae per qualsiasi rumore o cosa che si muove. Lei lo strattona, cammina spazientita, come se dovesse andare chissà dove, sono le 7 del mattino.

Ho imparato ad apprezzare tante cose di questo paese da quando sono qui. Il silenzio sul tram, aspettare il verde per attraversare la strada, il grazie marcato sempre e comunque: danke, danke sehr, vielen Dank, tausend Dank, haben Sie vielen Dank, gerne, nichts dafür.

Il quartiere dove si trova il mio ufficio è uno dei più moderni e “pettinati” di tutta la città.

Dicono sia il quartiere dei single. La domenica mattina li trovi tutti a fare lunghi brunch solitari nei caffè o in coda dal giornalaio in tenuta da corsa. È uno di quei luoghi con i negozi alternativi ma di tendenza, le macellerie vecchie di 100 anni arredate come fossero saloni francesi, ristoranti rinomati che cucinano l’anatra, supermercati biologici.

Il venerdì, prima di tornare a casa, mi fermo sempre nella stessa panetteria. Ha un nome impronunciabile, e ogni volta che cerco di dirlo bene la mia compagna scoppia a ridere, come se avessi raccontato la barzelletta del secolo.

La storia di questo panificio inizia così:

“Gerhard H. Terbuyken, insieme a sua moglie Josefine, ha posto le basi per un’eccezionale storia dei fornai in un soleggiato giovedì mattina, il 15 Agosto 1895.  Le specialità da forno della Fleherstraße furono presto sulla bocca di tutti. E gli otto bambini del proprietario hanno dovuto far sì che il gran numero di consegne arrivasse sempre puntualmente fresco al cliente – prima con il carro trainato da cavalli e, dopo la prima guerra mondiale, con un Hanomag convertito tipo 2 con 10 PS, chiamato corriere del pane”.

Una storia di vita, raccontata come un romanzo rosa.pane

Entrare in questo posto per me è come entrare dal gioielliere.

I sensi sono sopraffatti. La luce è giallo ocra, mentre i mobili marrone scuro. Il pane è riposto in maniera scrupolosa: i filoni in alto, i panini in basso nelle ceste. Le novità della settimana sono riposte in vetrina dentro cassette di vimini, semi di girasole, sesamo, zucca, lino, papavero, una combinazione di colori. Tra un’ordinazione e l’altra si sente il rumore della macchina del caffè che macina i chicchi.

Un bambino davanti a me si attacca al vetro con tutte e due le mani, lasciando aloni di respiro, avido di mettere le mani su un panino al latte. La commessa gliene regala uno.

Mi serve sempre la stessa signora. Alta poco più di un metro e mezzo, un po’ lenta nei movimenti, ha un’aria molto amichevole, capelli grigi a caschetto come se glieli avessero tagliati col laser, occhiali sporchi di farina e un tono di voce molto lieve.

“Vorrei un filone ai cereali per favore”

“Lo taglio a fette?”

“Si grazie”

Mentre aspetto, la mia attenzione viene distolta da torte meravigliose. Delle opere d’arte. Fragole che sembrano rubini, la panna morbida come il cotone, il cioccolato nei suoi vari colori e densità: mi sento sazia.

Ricordo ancora il primo sapore della Germania.

Il primo dolce che ho mangiato si chiama Nussecke, ossia angolo di nocciola. Si tratta di dolcetti a base di frolla morbida coperta da un sottile strato di marmellata di albicocche, e da mandorle e nocciole caramellate. I primi mesi lo usavo spesso come cena, quando non mangiavo cereali direttamente dalla scatola: questo mi dava assuefazione e sensi di colpa.

In quel momento ripenso ai miei primi passi.

Non quelli da neonato, ma quelli in questo paese. Le prime parole, l’insicurezza di farle uscire così come erano, un po’ rotte un po’ sbiascicate, come se dovessi rieducarmi all’arte del parlare. Mi sarebbe anche solo bastato farmi capire, senza che gli altri notassero che non ero tedesca.

Emigrare del resto è un po’ come rinascere e mi viene in mente quella frase che lessi tempo fa:

“Si arriva da persona adulta e si deve ricominciare a parlare con un bagaglio di parole da bambino. Di tutte le infinite sfumature di cui si gode nella lingua materna, ci si deve ridurre a una essenzialità brutale, da sopravvivenza. Si cerca, si prova, ma senza appagamento.”

E allora ci si scontra con la realtà così come sbattere contro una porta di vetro. Di sorpresa, impreparati, e a volte fa un male cane.

Quindi mi domando: quando è accaduto?

Quando questa realtà è diventata così quotidiana, così normale?

È come vivere due vite, catapultarsi di là e di qua, in maniera così facile come premere un bottone.

E guardando la signora tagliare il pane, mentre il bambino divora il suo panino al latte con la bocca sporca di briciole, mi accorgo che tutto è al suo posto. In un attimo di semplicità assoluta, di quotidianità ripetuta, la giostra è ferma. Non c’è disagio, non c’è tristezza, non c’è dubbio.

Ci avrei scommesso sei anni fa?

Ma chi ero io sei anni fa?

Non lo so più, non mi ricordo.

Questi anni mi hanno costretta a stare con me stessa, a guardarmi da tutte le prospettive, a provare, a cambiare, a fallire e riprovare.

Come fanno i matematici, a tentativi, senza un manuale o una strada già spianata, un destino già scritto che non aspetta altro che manifestarsi. E così ci si sprona, ci si plasma e si rinasce in una vita nuova, autentica, fatta a mano.

Forse la cosa più importante e inaspettata è acquistare una consapevolezza diversa di tante cose: degli affetti, del denaro, del tempo, dei ricordi e perché no, anche dei propri sogni. I miei non sono gli stessi di quando sono partita.

Ma non è facile, non lo è mai stato.suitcase

Aveva ragione, la Fenoglio quando, più di 20 anni fa, scriveva dallo sperduto paesino di Niederhausen, uno dei romanzi sull’espatrio piú belli mai prodotti.

“Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano, di ciò che capita a coloro che sono partiti.”

(“Vivere altrove” – Marina Fenoglio – 1997 – Sellerio Editore Palermo.)

7 commenti
  1. Federica
    Federica dice:

    Ho vissuto all’estero a più riprese negli ultimi anni e leggere questo articolo mi ha fatta vibrare dentro. Mi sono ritrovata in tutto e leggere parole così vicine e condivise, anche se lontane e sconosciute, fa sentire a casa.

    Rispondi
    • Giulia Robin
      Giulia Robin dice:

      Cara Federica, credo che quello che hai detto sia esattamente uno degli scopi piú preziosi di questo sito. Sono contenta di averti fatto stare bene e ovviamente sono lusingata.

      Rispondi
  2. Silvia-Lille
    Silvia-Lille dice:

    Ciao Giulia,

    come mi ritrovo nelle tue parole!
    Io nell’ultimo anno di espatrio ho perso me stessa completamente ma ho capito che nulla succede per caso: da qualche tempo a questa parte mi sto ritrovando e sono pronta, più forte e più consapevole di prima per affrontare un nuovo espatrio nella stessa Nazione ma in un’altra città.
    E si, ha ragione la Fenoglio: quelli che restano, anche gli affetti a te più cari, sanno sempre meno di te! Grazie per lo spunto letterario che non conoscevo e che aggiungo alla mia “to read list”.

    Un abbraccio,
    Silvia-Lille 🙂

    Rispondi
    • Giulia Robin
      Giulia Robin dice:

      Ciao Silvia,
      grazie del tuo commento! Pensa che sono andata alla lettura del romanzo in occasione dell anniversario di Italia Altrove, che é l associazione di italiani a Düsseldorf, della quale la Fenoglio é madrina. É stato cosí emozionante e lei é semplicemente fantastica.

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi