L’università canadese – prima parte

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Il Campus in estate

Ieri sono stata invitata a partecipare come guest speaker ad una lezione del corso International and Comparative Education, presso la facoltà di educazione qui a Saskatoon, Canada.

Il corso è inserito nel percorso di laurea che forma i futuri insegnanti; in particolare riguarda lo studio e la comparazione del sistema scolastico canadese con i maggiori sistemi scolastici internazionali.

Sono stata invitata per rispondere a domande sul sistema scolastico italiano, avendone fatto parte per tanti anni. Ho conosciuto la professoressa che mi ha proposto di partecipare all’evento durante una lezione del Master in Educational Administration che frequento qui all’Università del Saskatchewan, nella fredda Saskatoon.

Sì, mentre scrivo fuori c’è una temperatura di – 25 gradi. Mi dico e ripeto che il freddo mi manterrà giovane.

La classe è composta da trentacinque studenti, dall’aspetto tipico canadese: camicia a quadri, cappellino in testa, maglietta a maniche corte anche quando fuori si congela.

Anch’io, come loro, sono stata una studentessa di educazione e pedagogia nella mia città natale, Firenze. Anch’io un tempo ero una di loro, senza camicia a quadri.

Io me le ricordo ancora quelle giornate di esami infinte, trascorse ad attendere il mio turno, seduta per terra con gli altri studenti. La schiena poggiata sulle mura consumate e sempre troppo calde, in una Firenze così soffocante nel suo silenzio estivo. I corridoi densi di ansia tra attesa e mormorii, in un silenzio trattenuto. Emozione. Talvolta gioia. Trapestio. E poi di nuovo quel silenzio. Contenuto.

Un mio professore, luminare canadese nel campo della ricerca sulla leadership, mi ha scritto una frase al termine di una bellissima e-mail che penso mi risulterà molto utile nei miei momenti un po’ down. Le sue parole dicevano: You can’t take “the Florence” out of the person.

Niente di più vero. Siamo il risultato di quello che abbiamo vissuto.

Siamo il frutto dell’intreccio di relazioni educative, siano esse formali e informali. Nel bene e nel male. Ed io ho avuto il privilegio di nascere, vivere e studiare in una delle città più belle del mondo. Non smetterò mai di pensarlo e di essere grata per questo.

Ma se è vero che vivere in un’altra lingua è un po’ come avere una nuova anima, come sovrapporre le due anime?

Come relazionarsi in un sistema educativo che ha regole diverse?

In che modo ridisegnare quelle linee così nette che descrivevano precisi ed immutati ruoli ma che qui non trovano spazio?

Il tempo può sicuramente aiutare in questo.

Il tempo è necessario per comprendere con maggior consapevolezza una nuova cultura, soppesando gli aspetti che la caratterizzano. Ma il tempo, da solo, non è sufficiente.

La vera chiave, a mio parere, è la propensione all’apertura verso gli altri. Il porsi in relazione lasciando a casa la voglia di giudicare e definire a tutti i costi una cultura che talvolta entra in contrasto con la tua. L’intelligenza culturale, come amano definirla qui.

Così, emozionata e curiosa, ho vissuto la mia prima esperienza come guest speaker.

Trentacinque studenti universitari dell’ultimo anno, il quarto per loro perché qui la Bachelor dura un anno in più rispetto all’Italia.

Abbiamo parlato di organizzazione dei corsi, programmi, fondi e finanziamenti, formazione degli insegnanti ed ancora politica ed immigrazione. Ho trascorso una splendida mattina in compagnia di studenti attenti, desiderosi di imparare, curiosi di conoscere sistemi scolastici diversi.

Ho scoperto ragazzi riflessivi, aperti verso le differenze, capaci di interagire e di utilizzare la parola come strumento di comunicazione effettiva, cercata, sentita.

Niente lezione frontale e tradizionale, così noiosa, ma un corso che si sviluppa in tre mesi chiamato Inquiry project and community learning, a mio parere di efficace ed effettivo valore. In particolare, il corso guida giovani ragazzi, futuri insegnanti, allo sviluppo del pensiero critico, attraverso la creazione di un progetto diverso per ciascuno studente.

Al termine della mia lezione ho ricevuto una busta contente un bellissimo biglietto di ringraziamento.

Biglietto ringraziamento alunni

Thank you!

È consuetudine qui in Canada esprimere la propria gratitudine facendolo bene. Non sono sufficienti parole di circostanza o e-mail scritte perché lo si deve; i Canadesi sono maestri nell’arte di ringraziare come si deve. D’altronde, sono considerati da sempre uno dei popoli tra i più polite del mondo.

In bocca al lupo ragazzi, per il vostro futuro come insegnanti. Che possiate essere sempre così curiosi, entusiasti ed aperti verso le differenze.

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