Wet Market e Novel Coronavirus

notturna

Mercato di Prodotti Freschi in Asia

In questo periodo una delle parole che sento pronunciare e che leggo più di frequente a Singapore è wet market, e non per i bellissimi wet market che questa città vanta, ma da quando il termine viene associato al nome 2019-nCoV – Novel Coronavirus, purtroppo.

I wet market hanno origini millenarie.

Dove mai sia sorto un villaggio, con esso nasceva un anche piccolo mercato di beni di consumo, o un cosiddetto wet market in Asia. Probabilmente sono nati con la storia del significato stesso di mercato: con la domanda di un qualsiasi prodotto richiesto da un potenziale acquirente, e la relativa offerta di un venditore attraverso uno scambio commerciale.

In passato, tradizionalmente, i wet market erano mercati all’aperto di prodotti freschi che vendevano: animali vivi di tutte le dimensioni, pollame, pesci e molluschi. Ma anche stranezze come tartarughe, rospi e serpenti o animali selvatici e anche esotici, a volte.

La varietà di un po’ tutto ciò che si poteva muovere come si suole dire, e bene o male, questi prodotti freschi erano tutti a stretto contatto gli uni con gli altri, oltre che con gli esseri umani.

Le bancarelle di carne, che nell’agglomerato dei vari stand spesso erano vere e proprie macellerie, oltre ad offrire la possibilità di scegliere fra preparati già pronti per l’acquisto, offrivano anche una varietà di animali e pesci vivi pronti per essere abbattuti sul momento.

Questo, è facile supporre, avveniva in condizioni igieniche precarie.

wet market, poi, come tutti i mercati erano anche caratterizzati dalle aree che vendevano frutta e verdura, spezie, prodotti secchi e fiori, e tutte le comunità hanno sempre fatto riferimento a quei luoghi anche per ritrovarsi.

In Asia, alcuni di questi wet market, con tanto dei più svariati animali vivi pronti per il macello sul posto, esistono tutt’oggi.

Come ormai ben sappiamo le conseguenze di poca igiene e di una macellazione non sicura, se non, a volte, addirittura impropria, hanno causato la situazione dell’attuale 2019-nCoV – Novel Coronavirus.

Ma questa storia è recidiva: in passato simili situazioni si erano già verificate rendendo famosi i wet market.

I mercati sono sempre stati fra i primi luoghi da visitare.

Durante i miei viaggi, arrivata in una qualsiasi località, i mercati erano i luoghi dove apprendere la cultura del posto e conoscere la popolazione negli usi e costumi quotidiani.

I pro erano tanti, e i possibili contro non erano certo le paure di ritornare ammalati di un virus.

Piuttosto si temeva di essere taccheggiati da esperti ladruncoli locali, o di essere raggirati e fare acquisti a prezzi altamente gonfiati rispetto ai prezzi reali di quel paese.

Ma quelle situazioni erano gestibili e io avevo imparato in fretta ad evitare le circostanze con opportune accortezze, oltreché acquisire l’arte di contrattare e mercanteggiare dai maestri in campo, appunto. Un vero divertimento mentre vivevo esperienze meravigliose.

Il Souk di Marrakesh

Potrei impropriamente dire che la mia prima esperienza in un mercanto simile a un wet market sia avvenuta a Marrakech, in Marocco, tanti anni fa oramai.

Marrakesh - Pizza Jemaa el-Fnaa

Notturna dell’affascinante Piazza Jemaa el-Fnaa di Marrakesh in Marocco

L’affascinante città imperiale, o città rossa, a causa delle sue alte mura e alcuni edifici costruiti in pietra arenaria, mi trascinò nella sua Medina con richiami di musica, odori e colori.

Dapprima mi ritrovai in Piazza Jemaa el-Fnaa e poi, nel vicino Souk che visitai in lungo e in largo, persa nel labirinto di vite e oggetti che mi face vivere le Mille e una notte di un tempo che pensavo non esistesse più.

Comprai ceramiche. Nella zona del mercato vecchio degli schiavi, o criée berbère, discussi prezzi di tappeti sorseggiando tè alla menta. Visitai l’area dei conciatori e, infine, mi imbattei nell’inquietante area delle carni.

Scappai.

L’intenso odore degli animali macellati galleggiava nell’aria calda trattenuta sotto le tende. Era denso. Non vi erano spiragli fra le bancherelle e il cielo. Queste erano state ricoperte dai teli per proteggersi dal sole che picchiava cocente fra le strette viuzze del Souk.

Le teste appese di capre e vitelli, il sangue coagulato e quel puzzo indescrivibile, mi facevano girare la testa e intorpidivano lo stomaco che ormai mi strattonava con violenti conati. Corsi via, scappai per ridare aria ai sensi il più presto possibile.

Ma, benché l’uso di esporre le carni in quella maniera fosse a me alquanto estraneo, ricordo che le bancherelle erano pulite e ordinate (anche se le mosche si ammucchiavano sulle carni esposte di continuo), e la macellazione, che aveva seguito i rigidi comandamenti della loro religione, era sicuramente avvenuta nel miglior modo possibile dal punto di vista igienico.

Non vi era nulla di strano o di inconsueto in quello spaccato di vita quotidiana, se non la mia personale incapacità di rimanere a contatto con quell’odore che, invece, i marocchini parevano neanche notare.

Tornai quindi alla mia passeggiata portando con me soltanto un bellissimo ricordo di un’esperienza unica di quel territorio.

In seguito, curiosamente, non mi ritrovai più in simili circostanze nei Souk di altri paesi Arabi, o nei Bazar in Persia, per esempio.

Il Mercato di Mumbai

La stessa situazione mi si ripresentò a Mumbai, invece.

Scappai dal mercato all’aperto di chissà quale area della città quando l’intensità dell’odore delle carni, forse mescolata al corposo odore di latrina, diventarono così inaccettabili da costringermi a correre via.

Corsi, e corsi ancora all’impazzata come fossi perseguitata, combattendo i conati di vomito che respingevo mentre, contemporaneamente, trattenevo il fiato.

Poi, finalmente, ritrovai un’atmosfera accessibile alla mia sopravvivenza e, anche quella volta, tornai al mio viaggio, e poi ancora in India, e quell’episodio rimase assopito assieme agli altri nel letto delle mie memorie.

Chinatown di San Francisco

Una vaga idea di cosa potevano essere alcuni wet market asiatici, invece, l’appresi quando ancora non vivevo in Asia, ma a San Francisco, in California, nel mercato di prodotti freschi di Chinatown.

Oltrepassata l’area dei souvenir, ad un certo punto mi ritrovai in una via di negozi le cui facciate sulla strada erano spesso completamente aperte sull’esterno, senza vetrate.

Dall’interno dei negozi, fino al marciapiede, veniva venduto di tutto in mille scatole o gabbie, impilate o affiancate, incluso ciò che nella mia cultura non era considerato commestibile.

Ero stupita dalla varietà di tutti quei prodotti noti e sconosciuti, dalla varietà di animali e pesci vivi e morti!

In acquari dalle acque poco chiare, per esempio, i pesci nuotavano stipati, galleggiavano fiancheggiandosi a quelli morti per mancanza di ossigeno. A terra, rinchiusi dentro minuscole gabbiette, rane o rospi giganti cercavano una via di fuga mettendosi i piedi in testa gli uni con gli altri.

Ancora, esposte erano varietà di prodotti secchi mescolati ad altrettanti molli di dubbia natura.
E le farmacie dai prodotti esotici, e forse poco leciti come nidi di rondine e pinne di squali, erano pronti a servire chiunque sembrasse interessato ai loro racconti di miracolosi benefici.

Per la prima volta, anziché incuriosirmi, in quel mercato mi persi in riflessioni poco confortevoli, e me ne andai riponendo un altro tassello nel cassetto della mia memoria.

Non smisi di frequentare qualsiasi mercato all’aperto, ma posi un’attenzione ben diversa durante tutti i miei viaggi a seguire.

I wet market di Singapore

Arrivata a Singapore, dal punto di vista etico e sanitario, non mi sono mai imbattuta in situazioni che fossero anche solo vicine alle mie precedenti vissute in qualche altro angolo di mondo.

Qualche anno fa mi capitò di leggere che il National Heritage Board (NHB) della città accreditava al wet market un significato diverso dal comune noto.

Affermava che il termine wet market prenderebbe vita dai pavimenti sempre bagnati dei mercati, a causa dello sgocciolamento del ghiaccio per mantenere freschi i frutti di mare in vendita, e dell’acqua pulita che i proprietari gettavano sulle bancherelle per le pulizie.

Ma la comprensione generale del termine wet market rimane quella conosciuta da chiunque in città, e cioè il luogo dove ci si arreca per comprare ogni tipo di prodotti freschi, e non solo il pesce.

A Singapore l’abbattimento di animali vivi, evidentemente, dev’essere stato trasferito in mattatoi centralizzati molto tempo fa ormai, e da allora i wet market vendono solo alimenti freschi nel rispetto delle regole di igiene impartite dal Governo.

Tutt’oggi, i wet market rimangono fra i luoghi più belli dove cogliere l’anima di Singapore, oltreché fare acquisti per le proprie pietanze.

Singapore ne ha diversi e alcuni sono molto famosi da sempre, e sono ancora i punti d’interazione per tutta la popolazione così differente a livello etnico.

Chinatown di Singapore

Passeggiata nella Chinatown di Singapore

2019-nCoV – Novel Coronavirus

Ma da quando il termine wet market risuona associato al nome 2019-nCoV – Novel Coronavirus, anche a Singapore la quotidianità è cambiata.

I luoghi che prima brulicavano di persone come i Mall e i mercati, appunto, i mezzi di trasporto e di congregazione, e persino le strade, sono molto più deserti rispetto a pochi mesi fa.

In questo momento, la città-Stato è un esempio mondiale per le immediate procedure generali messe a punto contro il virus. E per la qualità della comunicazione alla popolazione del Primo Ministro Lee Hsien Loong e di tutto il governo. Tutte azioni volte a rimanere uniti nel tentativo di contenere la situazione di Orange Alert in cui ci troviamo.

Al paventarsi di una potenziale epidemia essi hanno subito organizzato il paese con regole da eseguirsi all’unisono ma senza allarmismi.

Aggiornamenti quotidiani, effettuati esclusivamente dai ministeri interessati, attraverso tutti i mezzi di comunicazione possibili, incluso Whatsapp, permettono di vivere questa esperienza con una certa serenità nonostante i diversi casi in quarantena.

Il popolo crede nel suo Governo

E così anche noi espatriati ospiti del paese.

La calma, pur senza sottovalutare una situazione che potrebbe anche virare al peggio, sono state le chiavi di onestà che hanno generato la forza dell’unione.

E così, inevitabilmente, si gira meno per le strade, per i Mall e anche per i wet market, in un contesto del tutto sensato.

Dalle vicine Shangai e Hong Kong, dove diversi conoscenti stanno trascorrendo la loro vita in un ancora più stretto contatto col 2019-nCoV – Novel Coronavirus, le condizioni di restrizioni sono ancora più serrate, nonostante tutto, gli expact sono vicini alla popolazione locale e al paese.

Tutti siamo in attesa che il pericolo svanisca.

E nel silenzio dei miei pensieri, mi chiedo quando verranno mai assunte posizioni internazionali univoche per il bene comune dell’umanità, anche da questo punto di vista.

Glossario

  • Souk, Suq o Suk: nome comune dei mercati in lingua araba.
  • Bazar: nome comune dei mercati in lingua farsi/persiana; apparentemente, l’uso del termine si estende dall’Atlantico all’India.
  • Wet Market: in italiano viene tradotto semplicemente come mercato del pesce, ma in Asia il suo significato è molto più ampio.
6 commenti
  1. Monica
    Monica dice:

    Una bella descrizione della realtà dei mercati, fondamentali punti di incontro e scambio culturale. E poi che dire della nostra splendida SINGAPORE??

    Rispondi
  2. Barbara
    Barbara dice:

    Ciao Catia, grazie per aver condiviso queste tue esperienze. Speriamo di tutto cuore che presto venga debellato questo orribile Coronavirus e che ritorni la serenità necessaria per condurre le proprie vite anche in posti affollati senza temere per la propria incolumità!

    Rispondi
    • Catia Singapore
      Catia Singapore dice:

      Cara Barabara,
      grazie per il tuo gentile messaggio che mi ha fatto tanto piacere.
      Mi unisco a te nella speranza di un veloce e sufficientemente sereno ritorno alla normalità per tutti.
      Un abbraccio. Catia Singapore

      Rispondi
  3. Donatella
    Donatella dice:

    Bellissimo il tuo reportage… Logicamente i mercati sn il primo luogo da visitare x conoscere il posto che stai visitando… E di viaggi in Asia ne ho fatti molti e molti anni fa… Dal Laos cn i suoi wet market..ma neanche tanto wet.. Cn di tutto e di più.. Nn sto a descrivere.. Alla Cambogia quando ancora Pol Pot era nascosto nella giungla… Potrei elencartene all i finito… Ora invece ho sviluppato una sensibilità che non mi fa più giustificare tanta crudeltà… Ho viaggiato negl anni 80- 90 fino al 2017…. Ora nn riesco a capire.. Se esista una diversità o mero profitto… Ed egoismo …

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    • Catia Singapore
      Catia Singapore dice:

      Cara Donatella grazie per la tua testimonianza ed il messaggio che hai lasciato.
      Sicuramente tu hai visto delle meraviglie in quegli anni. Che bello! Che fascino!
      E’ chiaro che oggi un po’ tutto è cambiato per dar spazio ad un punto di vista più commerciale.
      L’argomento di ciò che viene venduto nei wet market come commestibile è un discorso complesso che ha bisogno di regolamentazioni locali (a causa della cultura di ogni paese) e generali. Mi auguro che questa nuova pandemia porti i paesi del mondo a riunirsi e a discuterne per il buon futuro di tutti.
      Un abbraccio
      Catia Singapore

      Rispondi

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